
un ospite, qui da nonna betta, sul suo conto trova, naturalmente, il carpaccio di salmone e il carpaccio di carciofi con cui aveva soddisfatto il suo palato. si sofferma e prova a leggere – è uno straniero – e non senza difficoltà, dopo alcune ripetizioni, riesce a pronunciare la parola in modo corretto. per la prima volta la parola mi risuona nella testa fino a perdere significato come succede sempre quando si ripete una parola all’infinito. allora mi sono chiesto che significato o origine avesse questo termine e ho trovato questo.
Il carpaccio, piatto a base di carne cruda, fu inventato a Venezia in onore del pittore Vittore Carpaccio nel periodo di una mostra a lui dedicata svoltasi nel 1963. [1][2]
Si deve la sua invenzione a Giuseppe Cipriani,[3] fondatore dell’Harry’s Bar,[4] che lo creò appositamente per l’amica, contessa Amalia Nani Mocenigo,[5] quando seppe che i medici le avevano vietato la carne cotta. Questi, ispiratosi a Vittore Carpaccio – il pittore veneziano ricordato anche per le tonalità dei suoi rossi e bianchi – inventò il piatto che tutti conoscono appunto come “carpaccio”.

Il termine shalom è piuttosto frequente nella torà (237 volte). è difficile trovare un altro concetto così trito e comune e tuttavia così carico di significati.
in 2 Sam 11, 7 l’espressione “shelom hammilchamà” letteralmente “la pace della guerra”, è uno stimolo a verificare il senso del termine.
la traduzione di shalom con “pace” risale ai LXX (eirene) e alla Vulgata (pax).
alla parola shalom si attribuiscono sette significati principali: prosperità, successo, completezza, integrità, benessere, stato di (buona) salute, pace (anche come opposto di guerra), socievolezza, gentilezza, liberazione, salvezza, pace, salvezza (in vari contesti).
Nello stesso lessico viene offerta un’ampia sintesi del valore della radice shlm in ebraico biblico, nelle forme verbali delle diverse coniugazioni: essere completo, essere pronto; essere in salute, essere incolume; mantenere la pace; completare, restituire; ricompensare; mettere (qualcuno al suo posto appropriato), rimpiazzare; finire, portare a compimento; consegnare, cedere (arrendersi); fare la pace.
la radice shlm nella Bibbia ebraica e nella lingua accadica, appare sia nelle forme verbali che in quelle non-verbali. Il significato preponderante delle forme non verbali è “condizione incolume” (o stato integro). l’elemento centrale, il significato fondamentale del verbo è caratterizzato dalla totalità o interezza. la radice shlm mostra sempre anche la sfumatura di «pagare, ripagare», piuttosto che quello di “totalità, completezza”. nel mondo greco classico il concetto di eirene/pace è saldamente associata l’idea del benessere materiale.
Per comprendere i significati di shalom (e della radice shlm) nella Bibbia ebraica occorre fare un passo indietro e rivolgersi alla lingua accadica. In questa lingua abbiamo due radici, simili nella forma, e tuttavia ben distinte, che sono slm e shlm.
Il verbo salamu mostra i seguenti significati: riconciliarsi, fare la pace; rappacificare, riconciliare. Inoltre troviamo la voce salimu con i sensi di: pace, concordia e riconciliazione con gli dei, favore. Dunque questa radice della lingua accadica esprime chiaramente il senso di pace e riconciliazione. Il verbo shalamu, molto più attestato, ha i seguenti sensi: stare bene; essere in buone condizioni, essere intatto; essere favorevole, essere propizio; avere successo, prosperare; essere completato, essere terminato; essere pagato, ottenere un pagamento; mantenere bene, in buona salute, in buona condizione; guardare, proteggere, salvaguardare; rendere favorevole; portare (qualcuno) al successo; completare un lavoro; pagare, ripagare, ricompensare.
La radice ebraica shlm (da cui shalom che significa «pace») va legata alla radice accadica slm e al verbo salamu.
quindi il concetto è così denso di significati perché racchiude in sé la ricchezza di due radici che esprimono, allo stesso tempo, un augurio di «pace» e di «pieno benessere».
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è già successo diverse volte. ospiti stranieri di nonna betta mi dicono che nonna betta suona come una contrazione/storpiatura di “nothing better”. questa percezione si verifica sempre dopo aver mangiato. è probabile che il gradimento influisca e condizioni la lettura. tradotto diventa “nonna betta = non c’è niente di meglio”. per me è un grande complimento, naturalmente.

By Rabbi Marc D. Angel
“…for you will do that which is good and right in the eyes of the Lord…”
In several places, the Torah reminds us of the general commandment to do that which is good and right in the eyes of the Lord. This is often understood to refer to the proper observance of mitzvot, and the requirement to act “lifnim mi-shurat ha-din” i.e. to behave even more compassionately than demanded by the strict letter of the law. Since the mitzvot are a reflection of God’s wisdom and mercy, they should be fulfilled in a spirit of wisdom and mercy.
Rabbi Benzion Uziel, late Sephardic Chief Rabbi of Israel, commented on the seeming dilemma which confronts the rabbinic judge (Introduction to Mishpetei Uziel, 5700). “Righteousness and justice, compassion and truth–these concepts exist simultaneously, as difficult as this is to comprehend. The fundamental teaching of the law of justice is that one may not show compassion in justice, but should uphold the law whatever the consequences. On the other hand, we are taught to do that which is good and upright, and we may compel behavior which is beyond the letter of the law.”
Rabbi Uziel notes that the rabbinic judge must balance these seemingly conflicting claims. A decision must be reached that reflects both truth and compassion. The halakha must not only be right–it must be good. In his own writings, Rabbi Uziel reflected a profound commitment to truth, and an overwhelming commitment to compassion. His rabbinic rulings are classic models of halakhic decision-making. He understood that the halakha must relate to real human beings in real life situations; halakha is not a set of abstract rules to be observed by sectarians and ascetics.
In one of his lectures many years ago, Rabbi Ovadya Yosef referred to two tendencies in religious life. One is “gevurah”–heroism. This tendency is marked by the desire to adopt as many stringencies as possible to demonstrate how self-sacrificing one can be in fulfilling the mitzvot. Followers of the “gevurah” approach draw on the strictest halakhic views, even when there are much more cogent and sensible views available within halakha. They prefer extreme positions, thinking that stringency is equated with greater religiosity.
The second tendency is “hessed”–compassion. This tendency is marked by the desire to deal with halakha in a humane, loving and kind manner. Religion should reflect lovingkindness, a profound sympathy for the human predicament, an optimism that God loves us. Followers of the “hessed” approach shun extremism and unnecessary stringencies. Rabbi Yosef comes down on the side of “hessed”, indicating that this was the quality that characterized the School of Hillel, whose opinions were accepted over those of the School of Shammai.
Surely one must fulfill mitzvot carefully; but just as surely, one must fulfill them in a spirit of joy and compassion. The mitzvot were given to bring us happiness and spiritual fulfillment, not to serve as a constant source of fear and spiritual inadequacy. Excessive stringency is no more a sign of true religiosity than excessive leniency.
We are called upon to do that which is good and right in the eyes of God. This is a tremendous challenge–and an honor. It entails the fulfillment of the teachings of the Torah in a spirit of truth and compassion, but favoring the tendency to “hessed”.

forse non tutti sanno che gli ebrei romani hanno anche un loro dialetto. il ghetto durante gli oltre 300 anni di emarginazione e separazione ha conservato oltre alla cucina kosher, con i carciofi alla giudia, i pezzetti fritti, gli aliciotti con l’indivia o la concia – tanto per fare qualche esempio – anche un suo idioma. il giudaico romanesco è fatto di parole ebraiche, pronunciate alla romanesca, e del romanesco che si parlava a roma prima del 1555, anno in cui papa paolo IV carafa, con la bolla “cum nimis absurdum”, erige le mura per rinchiuderci gli ebrei. perché è assurdo, secondo il papa, che gli ebrei colpevoli di deicidio vivano accanto ai cristiani. Inizia così il periodo più buio nella storia delgi ebrei romani. la letteratura giudaico romanesca è quasi inesistente e, in quelle condizioni di estrema povertà e disagio, ne possiamo immaginare le ragioni. ma esiste una raccolta di poesie scritte da crescenzo del monte (1868-1935), “il belli del ghetto” che, grazie a un gigantesco lavoro di recupero, ci restituisce le atmosfere, tra il tragico e l’ironico, del serraglio degli ebrei. mi propongo di pubblicare periodicamente qui i sonetti di crescenzo del monte che mi piacciono di più. l’attitudine ebraica è di cercare sempre qualcosa di buono anche nelle situazioni più negative e allora diciamo che la vita del ghetto sul tevere ha conservato i piatti di una tradizione millenaria e una parlata dal sapore antico, e questa è una cosa senz’altro positiva.
‘O ‘nvitato a pranzo
Magna, magna, Moscè, ‘un fa’ complimenti!
Beve! Sente sto vino d’ ‘ ii Castelli.
…Assaja sta pasticcia, è bona… E senti
sti ngkozzamòdde1… te’, pigliet’ ‘ii scèlli
…Magna co ‘i mani, stamo fra parenti!…
…Vardeme sta carciofela, chi belli
fogli ‘nnorati assaja. …E sti torzelli?
…Ché grèvi! Manco toccheno li denti.
…Te piace più caciotta o marzolina?
…’N altra récchia-d’Alànne! …un’altra frutta…
Bè, u’ mmicchierin de grappa: è sopraffina!
…Sgrùulla…! ‘Un te piglià cosa, rutta, rutta!
…E mo ‘a gioncata… Eh!? una cucchiarina!
Ma mette tutto jò, tanto se butta!
…Ché troppa! tutta, tutta.
Tanto mo, un bòn cafè… e un bòn chalòmme…
e domana va tutto pe macòmme
per delucidazioni scrivetemi: upavoncello@yahoo.com

bambini che studiano l’ebraico e stanno insieme. sono cristiani, musulmani, neri, ispanici, bianchi e, naturalmente, ebrei o jewish, come direbbero loro. loro sono piccoli ma chi li manda a studiare in questa scuola sono evidentemente i loro genitori che sono grandini e dimostrano una esemplare apertura mentale. forse iniziative del genere che mettono insieme cultura e bambini possono far ben sperare per il futuro. non c’entra niente con the restaurant o con i carciofi alla giudia, o jewish artichokes, come direbbero loro, col kosher food, col ghetto di roma o i sanpietrini. non c’entra niente ma certe questioni mi stanno particolarmente a cuore.

non ci facciamo mancare niente. ci mancava la polemica sulla kasherùt della carne, una lotta all’ultimo sangue dopo la salatura, uno scontro all’arma bianca con il lungo bilama dello schochèt, tendini e nervi tesi soprattutto quello sciatico, zoccoli spaccati metaforicamente sulle teste degli avversari. c’è baruffa nell’aria, tensioni e conflitti di vario genere, un senso di temporale in agguato. e non è una bella sensazione. ci vorrebbe un invito alla distensione, un richiamo al buon senso e alla ragione che ci ricordasse che siamo tutti fratelli umani, siamo ognuno carne della nostra carne, motivo per cui bisognerebbe fare tutti un passo indietro e ristabilire questa comunicazione continuamente interrotta. lo so, è un discorso buonista ma questa è il carattere di nonna betta: essere buoni e fare il mangiare buono. certo non posso nascondere che in questi momenti penso che per fortuna nonna betta è kosher chalavì, ristorante senza carne: solo latticini e pesce.

nella cucina giudaico romanesca la concia occupa una posizione di rilievo. questa ricetta molto gustosa e appetitosa ha molti veneratori ma quelli che la scoprono – cosa che può succedere se si ha un amico ebreo romano nato al portico d’ottavia o se si accettano i miei consigli quando ci si siede da nonna betta – non possono fare a meno di notare che la concia somiglia in modo imbarazzante alla ricetta napoletana delle zucchine alla scapece, anzi, diciamolo: sono la stessa identica cosa. visto che la concia la fanno soltanto gli ebrei del ghetto di roma, mi sono chiesto le ragioni di questa coincidenza e ho provato a ipotizzare una spiegazione. nel 1492, è cosa nota, la santa inquisizione decreta l’espulsione degli ebrei dalla spagna e, nel 1504, con la conquista spagnola, anche dal regno di napoli. possibile che le zucchine alla scapece siano una ricetta portata a roma dagli ebrei cacciati dal regno di napoli? potete immaginare la mia compiaciuta sorpresa quando ho scoperto che escabeche in lingua spagnola corrisponde alla marinatura.

oggi stavo tornando a casa con la bici quando incrocio un uomo con un cappello e gli occhiali con una giacca scura sportiva e le scarpe da gentiluomo di campagna. appena superato realizzo che l’uomo e’ massimo ranieri e allora torno indietro per dirgli una cosa. gli chiedo scusa, gli dico che mi dispiace importunarlo ma che non ho potuto fare a meno di tornare indietro per dirgli questa cosa. gli dico che quarant’anni fa, proprio là – eravamo davanti alla sinagoga – sotto al portico d’ottavia, insieme ad altri bambini del ghetto, abbiamo tirato due calci al pallone durante la pausa delle riprese di un film che stava girando. lui dice che si ricorda, non di aver giocato a pallone con me, ma del fatto che all’epoca stava girando un film. era un film con florinda bolkan. era il 1970, mi dice. e ci diciamo tutto questo mentre gli stringo la mano, e durante il ricordo, a tratti il suo sguardo si illumina di animazione e di piacere, stringe anche lui la mia mano e ci sento qualcosa di vero e di affettuoso. lui dice qualcosa che assomiglia a “fa piacere e ci vuole, ogni tanto, ritornare con la mente ai ricordi”. poi ci salutiamo. si era allontanato di una quindicina di metri, si volta e mi grida che il film era “incontro” poi se ne va confermando a se stesso l’esattezza del dato con piccoli movimenti affermativi della testa.
incontro, come il nostro.
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