
di Rabbi Marc D. Angel
lo psicologo Irving Janis ha individuato il concetto di “pensiero di gruppo”. Janis afferma che piccoli gruppi non privi di fascino, ben affiatati e ben informati, hanno il potere di reprimere il dissenso e di creare il fenomeno del “pensiero di gruppo”, laddove l’opinione pubblica segue le idee di un piccolo gruppo al suo interno.
l’alternativa quindi diventa questa: o si accettano i dictat di questi gruppi di potere o si e’ ostracizzati e delegittimati. il dissenso e’ stroncato, la discussione aperta e libera non e’ tollerata.
il dottor schnall, professore alla Yeshiva University, ha spiegato come il sistema adottato dal sanhedrin – il sistema giudiziario dell’antica israele – contrastava intenzionalmente gli effetti deleteri del “pensiero di gruppo”. per esempio, nelle discussioni i giudici meno autorevoli parlavano per primi e i giudici piu’ anziani intervenivano successivamente.
in questo modo la discussione libera e aperta era assicurata: se i giudici più anziani e autorevoli avessero espresso le loro opinioni per primi, gli altri avrebbero potuto essere riluttanti ad esprimere il loro disaccordo e il risultato sarebbe stato il controllo del dibattito da parte di un piccolo gruppo di potere.
il sanhedrin per evitare di chiudersi mentalmente consultava esperti all’esterno. i discepoli che seguivano i processi erano autorizzati a esprimere il loro parere. se il sanhedrin arrivava a un verdetto unanime di colpevolezza l’imputato era assolto perché si presumeva che l’assenza di dissenso fosse un segno di omologazione e conformismo e che quindi il processo non fosse un processo giusto.
il “pensiero di gruppo” è un fenomeno molto pericoloso perché l’autorità viene messa nelle mani di un piccolo circolo interno che, sostanzialmente, spinge il pubblico a conformarsi ai punti di vista di questo piccolo gruppo. è il metodo adottato dai tiranni, è il metodo che consente alle piccole elite di imporre le sue visioni su una maggioranza passiva e spaventata. il “pensiero di gruppo” si evidenzia nella propaganda anti-ebraica e anti-israeliana fatta dal movimento del “politically correct”. gli individui smettono di pensare per conto proprio, di reclamare i fatti, di valutare le verità che gli vengono imposte. Se resistono alle pressioni del “pensiero di gruppo” rischiano di essere bollati come reietti sociali e intellettuali, di essere isolati ed emarginati.
nella parasha’ – il brano della torà che si legge ogni sabato nelle sinagoghe – di questa settimana leggiamo che i tribunali devono perseguire la giustizia: “tsedek tsedek tirdof”. molti commentatori hanno interpretato questa frase – giustizia giustizia inseguirai – nel senso che bisogna ricercare la giustizia nel modo giusto, la ricerca della verità deve avvenire in un ambiente libero e aperto, senza coercizioni o intimidazioni, le persone devono sentirsi libere di esprimere le proprie opinioni e idee senza soccombere al “pensiero di gruppo”. la discussione e il dissenso devono essere incoraggiati e non soffocati.
manifestationi di “pensiero di gruppo” sono ovunque nella nostra società e resistere a queste pressioni richiede una certa quantità di coraggio e astuzia.
il “pensiero di gruppo” “groupthink” è ancora piu’ evidente nella vita religiosa dove, piccoli gruppi intellettualclericali cercano di imporre la loro visione ristretta alla maggioranza. loro stabiliscono qual è la “verità” e si aspettano che la gente segua le loro affermazioni. quelli che non si adeguano sono bollati come eretici. la tirannia del “pensiero di gruppo” dilaga nei circoli fondamentalisti di tutte le religioni: stabiliscono il “vero e l’eresia” dall’alto della loro “autorità” che confina o addirittura coincide con l’infallibilità. la discussione e il dibattito sono proibite: anatema su chi non si conforma con le idee e con i comportamenti dettati da questa “autorità.
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se il “pensiero di gruppo” è pericoloso per la società nel suo insieme, lo è ancor di più per la vita religiosa perché inietta un veleno spirituale che ne mina la vitalità, la creatività e il dinamismo. Invece di diffondere uno spirito di discussione e di libera interrogazione, richiede un conformismo spietato. invece di aumentare nelle persone religiose l’attitudine al pensiero critico, all’analisi e al dibattito, le induce a smettere di pensare autonomamente e a evitare l’analisi e il confronto, a escludere tutte le idee che non si adattano al quadro imposto dal “pensiero di gruppo”.
questi “opinion makers” esigono una meschina obbedienza alla “autorità”, anche se non siamo d’accordo con loro, anche se non vogliamo riconoscere questa “autorità”, anche se siamo convinti che queste “autorità” stiano portando la gente su una strada completamente sbagliata.
se vogliamo essere individui responsabili dobbiamo resistere a questa tirannia, dobbiamo esigere la libertà di pensare per conto nostro, di valutare le idee in modo indipendente, di opporsi alla coercizione e all’intimidazione. dobbiamo lottare per una vita religiosa viva e dinamica.
dobbiamo perseguire la giustizia in un senso vero e giusto.

