
la famosissima canzone che il grande elvis dedicò al carciofo alla giudìa che ebbe la fortuna di assaggiare nella impareggiabile esecuzione proprio di mia nonna. andò così.
è il 1972. elvis presley è a roma per il concerto unico al palasport che causerà 12 feriti lievi tra i fan in delirio che non riescono a entrare.
a passeggio per la città eterna elvis capita al portico d’ottavia, nel ghetto di roma, e vedendo nonna betta che “capa” i carciofi, seduta sulla sua seggiola fuori del portone di casa in un mare di foglie cadute, le chiede come ha intenzione di cucinare quegli splendidi artichokes.
- alla ggiudìa, risponde mia nonna.
- che me li fate assaggia’, signo’? chiede elvis in romanesco perfetto
- certo, bello mio, gli dice mia nonna e lo bacia sulla guancia.
il resto è storia.
la canzone è un’ode kosher al carciofo alla giudìa ricca di allusioni alle emozioni che suscita la natura – il fiocco di neve per indicare la leggerezza croccante delle foglie esterne -, il desiderio di carciofi che viene definito “fame”, l’immagine del bambino del ghetto che ha il carciofo alla giudìa nel dna, i pericoli che si corrono a non accorgersi che il tuo vicino ha fame di carciofi, fino all’immagine finale del bambino ormai cresciuto che si addormenta con un carciofo in mano dopo una gara a chi ne mangia di più. shabbat shalom dal ghetto.
As the snow flies
On a cold and gray Chicago mornin’
A poor little baby child is born
In the ghetto
And his mama cries
’cause if there’s one thing that she don’t need
it’s another hungry mouth to feed
In the ghetto
People, don’t you understand
the child needs a helping hand
or he’ll grow to be an angry young man some day
Take a look at you and me,
are we too blind to see,
do we simply turn our heads
and look the other way
Well the world turns
and a hungry little boy with a runny nose
plays in the street as the cold wind blows
In the ghetto
And his hunger burns
so he starts to roam the streets at night
and he learns how to steal
and he learns how to fight
In the ghetto
Then one night in desperation
a young man breaks away
He buys a gun, steals a car,
tries to run, but he don’t get far
And his mama cries
As a crowd gathers ’round an angry young man
face down on the street with a gun in his hand
In the ghetto
As her young man dies,
on a cold and gray Chicago mornin’,
another little baby child is born
In the ghetto
stefania campanella, una mia cara amica, autrice di “formentera non esiste” un must per gli amanti dell’isola, ogni tanto viene a trovarmi da nonna betta con una delle sue conoscenze eccentriche. stavolta e’ miquel, un notaio spagnolo, scrittore e fotografo, che sta facendo il giro del mondo in motocicletta. “non potevo farlo ripartire senza l’esperienza di un vero carciofo alla giudia”, ha detto stefania. domani 4 marzo alle ore 18.00 presso la Sala dell’Istituto Cervantes di Piazza Navona 91, presenterà il suo libro “un millón de piedras”. tra tutte le signorine presenti verra’ estratto il posto dietro sulla sella per fare mille km insieme a lui, la benzina si stecca e al millesimo km lascia la forunata fanciulla li’ dove si trova.
L’evento è consigliato agli amanti del viaggio, delle due ruote, dell’avventura e della cultura spagnola sia italiani che spagnoli. Durante l’evento saranno proiettati i video girati da Miquel, che per l’occasione e’ arrivato da Barcellona a Roma con una delle su BMW.

(trovato in rete) Anche se studio gli animali e il loro allevamento (che spero un giorno migliori), nell’ultimo anno seguo degli incontri sul vegetarianesimo, sulla naturopatia e sul biologico; mangio carne ma vorrei cambiare il mio metodo di alimentazione consumandone meno e sostituendola con legumi e cereali. Anche i miei professori dell’università dicono che consumare troppa carne porta una perdita di fertilità! Infatti negli ultimi anni il numero di persone che non riesce a procreare è aumentato (colpa anche però dei jeans troppo attillati). In definitiva, so che è paradossale, ma spero che i vegetariani aumentino sempre più, o che almeno la gente comprenda che mangiare carne 5 o 6 volte la settimana fa male (provoca una più alta insorgenza di tumori e problemi vascolari), iniziamo a diminuirne il consumo a 2 o 3 volte la settimana.

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in Hebrew.

fa un certo effetto vedere riprodotto l’originale dell’editto d’espulsione dal regno di spagna con cui nel 1492 furono espulsi da 150.000 a 200.000 ebrei. La conquista spagnola del Regno di Napoli, nel 1504, segnò la fine delle comunità ebraiche dell’Italia meridionale, anch’esse costrette a scegliere tra esilio e nascondimento nel marranesimo. in molti vennero a roma, non senza difficolta per gli ebrei romani che dovettero accoglierli, e vi si stabilirono. nell’edificio in cui per volontà del papa furono forzatamene accorpate e riunite tutte le sinagoghe del ghetto, ben tre “scole” su cinque erano di origine iberica: la scola spagnola propriamente detta, la catalana e l’aragonese. le altre due erano quella tedesca e quella italiana. questa proporzione dà un’idea del peso degli ebrei spagnoli e di quelli provenienti dal sud d’italia nella comunità di roma.

un ospite, qui da nonna betta, sul suo conto trova, naturalmente, il carpaccio di salmone e il carpaccio di carciofi con cui aveva soddisfatto il suo palato. si sofferma e prova a leggere – è uno straniero – e non senza difficoltà, dopo alcune ripetizioni, riesce a pronunciare la parola in modo corretto. per la prima volta la parola mi risuona nella testa fino a perdere significato come succede sempre quando si ripete una parola all’infinito. allora mi sono chiesto che significato o origine avesse questo termine e ho trovato questo.
Il carpaccio, piatto a base di carne cruda, fu inventato a Venezia in onore del pittore Vittore Carpaccio nel periodo di una mostra a lui dedicata svoltasi nel 1963. [1][2]
Si deve la sua invenzione a Giuseppe Cipriani,[3] fondatore dell’Harry’s Bar,[4] che lo creò appositamente per l’amica, contessa Amalia Nani Mocenigo,[5] quando seppe che i medici le avevano vietato la carne cotta. Questi, ispiratosi a Vittore Carpaccio – il pittore veneziano ricordato anche per le tonalità dei suoi rossi e bianchi – inventò il piatto che tutti conoscono appunto come “carpaccio”.

Il termine shalom è piuttosto frequente nella torà (237 volte). è difficile trovare un altro concetto così trito e comune e tuttavia così carico di significati.
in 2 Sam 11, 7 l’espressione “shelom hammilchamà” letteralmente “la pace della guerra”, è uno stimolo a verificare il senso del termine.
la traduzione di shalom con “pace” risale ai LXX (eirene) e alla Vulgata (pax).
alla parola shalom si attribuiscono sette significati principali: prosperità, successo, completezza, integrità, benessere, stato di (buona) salute, pace (anche come opposto di guerra), socievolezza, gentilezza, liberazione, salvezza, pace, salvezza (in vari contesti).
Nello stesso lessico viene offerta un’ampia sintesi del valore della radice shlm in ebraico biblico, nelle forme verbali delle diverse coniugazioni: essere completo, essere pronto; essere in salute, essere incolume; mantenere la pace; completare, restituire; ricompensare; mettere (qualcuno al suo posto appropriato), rimpiazzare; finire, portare a compimento; consegnare, cedere (arrendersi); fare la pace.
la radice shlm nella Bibbia ebraica e nella lingua accadica, appare sia nelle forme verbali che in quelle non-verbali. Il significato preponderante delle forme non verbali è “condizione incolume” (o stato integro). l’elemento centrale, il significato fondamentale del verbo è caratterizzato dalla totalità o interezza. la radice shlm mostra sempre anche la sfumatura di «pagare, ripagare», piuttosto che quello di “totalità, completezza”. nel mondo greco classico il concetto di eirene/pace è saldamente associata l’idea del benessere materiale.
Per comprendere i significati di shalom (e della radice shlm) nella Bibbia ebraica occorre fare un passo indietro e rivolgersi alla lingua accadica. In questa lingua abbiamo due radici, simili nella forma, e tuttavia ben distinte, che sono slm e shlm.
Il verbo salamu mostra i seguenti significati: riconciliarsi, fare la pace; rappacificare, riconciliare. Inoltre troviamo la voce salimu con i sensi di: pace, concordia e riconciliazione con gli dei, favore. Dunque questa radice della lingua accadica esprime chiaramente il senso di pace e riconciliazione. Il verbo shalamu, molto più attestato, ha i seguenti sensi: stare bene; essere in buone condizioni, essere intatto; essere favorevole, essere propizio; avere successo, prosperare; essere completato, essere terminato; essere pagato, ottenere un pagamento; mantenere bene, in buona salute, in buona condizione; guardare, proteggere, salvaguardare; rendere favorevole; portare (qualcuno) al successo; completare un lavoro; pagare, ripagare, ricompensare.
La radice ebraica shlm (da cui shalom che significa «pace») va legata alla radice accadica slm e al verbo salamu.
quindi il concetto è così denso di significati perché racchiude in sé la ricchezza di due radici che esprimono, allo stesso tempo, un augurio di «pace» e di «pieno benessere».
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è già successo diverse volte. ospiti stranieri di nonna betta mi dicono che nonna betta suona come una contrazione/storpiatura di “nothing better”. questa percezione si verifica sempre dopo aver mangiato. è probabile che il gradimento influisca e condizioni la lettura. tradotto diventa “nonna betta = non c’è niente di meglio”. per me è un grande complimento, naturalmente.

By Rabbi Marc D. Angel
“…for you will do that which is good and right in the eyes of the Lord…”
In several places, the Torah reminds us of the general commandment to do that which is good and right in the eyes of the Lord. This is often understood to refer to the proper observance of mitzvot, and the requirement to act “lifnim mi-shurat ha-din” i.e. to behave even more compassionately than demanded by the strict letter of the law. Since the mitzvot are a reflection of God’s wisdom and mercy, they should be fulfilled in a spirit of wisdom and mercy.
Rabbi Benzion Uziel, late Sephardic Chief Rabbi of Israel, commented on the seeming dilemma which confronts the rabbinic judge (Introduction to Mishpetei Uziel, 5700). “Righteousness and justice, compassion and truth–these concepts exist simultaneously, as difficult as this is to comprehend. The fundamental teaching of the law of justice is that one may not show compassion in justice, but should uphold the law whatever the consequences. On the other hand, we are taught to do that which is good and upright, and we may compel behavior which is beyond the letter of the law.”
Rabbi Uziel notes that the rabbinic judge must balance these seemingly conflicting claims. A decision must be reached that reflects both truth and compassion. The halakha must not only be right–it must be good. In his own writings, Rabbi Uziel reflected a profound commitment to truth, and an overwhelming commitment to compassion. His rabbinic rulings are classic models of halakhic decision-making. He understood that the halakha must relate to real human beings in real life situations; halakha is not a set of abstract rules to be observed by sectarians and ascetics.
In one of his lectures many years ago, Rabbi Ovadya Yosef referred to two tendencies in religious life. One is “gevurah”–heroism. This tendency is marked by the desire to adopt as many stringencies as possible to demonstrate how self-sacrificing one can be in fulfilling the mitzvot. Followers of the “gevurah” approach draw on the strictest halakhic views, even when there are much more cogent and sensible views available within halakha. They prefer extreme positions, thinking that stringency is equated with greater religiosity.
The second tendency is “hessed”–compassion. This tendency is marked by the desire to deal with halakha in a humane, loving and kind manner. Religion should reflect lovingkindness, a profound sympathy for the human predicament, an optimism that God loves us. Followers of the “hessed” approach shun extremism and unnecessary stringencies. Rabbi Yosef comes down on the side of “hessed”, indicating that this was the quality that characterized the School of Hillel, whose opinions were accepted over those of the School of Shammai.
Surely one must fulfill mitzvot carefully; but just as surely, one must fulfill them in a spirit of joy and compassion. The mitzvot were given to bring us happiness and spiritual fulfillment, not to serve as a constant source of fear and spiritual inadequacy. Excessive stringency is no more a sign of true religiosity than excessive leniency.
We are called upon to do that which is good and right in the eyes of God. This is a tremendous challenge–and an honor. It entails the fulfillment of the teachings of the Torah in a spirit of truth and compassion, but favoring the tendency to “hessed”.
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