19 ott
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sukkòt, la festa delle capanne

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sukkà

nei i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto, dopo l’uscita dalla schiavitù d’egitto, gli ebrei vissero nelle capanne e durante i loro spostamenti la nuvola della presenza divina li proteggeva e li accompagnava indicando loro il percorso.

ancora oggi gli ebrei di tutto il mondo si costruiscono delle capanne in ricordo di questo evento e vi trascorrono il maggior tempo possibile, qualcuno ci dorme, i più ci consumano i pasti principali. alla capanna si attribuisce un significato legato al senso di precarietà, le regole per la sua costruzione sono molto rigide e vanno in questa direzione: si deve abbandonare la sicurezza e la stabilità delle nostre case per abitare – per otto giorni – in questi ricoveri temporanei e strutturalmente precari, attraverso i quali si devono poter vedere le stelle.

nella discussione che fa la mishnà – la legge orale – viene riportato però il parere di rav yehudà che sostiene una tesi diametralmente opposta: la sukkà dovrebbe essere stabile. una tesi di minoranza, la sua.

di minoranza ma illuminante: che cos’è la stabilità? che cos’è la sicurezza? se le capanne simboleggiano la protezione divina allora rav yehudà forse vuole dirci che dovremmo ricercare altrove, dovremmo riuscire a sentire la presenza protettiva di dio come l’unica forma di stabilità e di sicurezza possibili.

adesso che sta per finire sukkòt. con l’augurio che questa sensazione si prolunghi il più possibile.

 
07 ott
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rabbi eleazar ben dordaya: una storia di teshuvà

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SALVATAGGIO

la possibilità di fare teshuvà è uno dei fondamentali dell’ebraismo. l’uomo ha in sé una scintilla divina che si manifesta nel suo libero arbitrio che può utilizzare per imitare e per cercare dio. oppure può decidere di assecondare i suoi istinti più bassi e trasgredire. a volte si fanno scelte coscienti, altre volte si agisce attratti da una specie di calamita. gli istinti animali lo controllano e l’uomo non utilizza la sua libertà di scelta, anzi diciamo che sceglie di non scegliere. il risultato è lo svilimento, impurità e trasgressione.

quando questo succede l’uomo può rotolarsi nell’abiezione e affondare a livelli sempre più bassi o può scegliere di spezzare questo vortice e mettersi a cercare dio. a volte possiamo trovare una calamita diversa che ci attrae verso dio e ci allontana dalla nostra inconsistenza e dalla sofferenza spirituale. questo processo si chiama teshuvà.

ma la teshuvà si può fare sempre? è un diritto inalienabile? possiamo sempre fare ritorno o l’abisso può diventare così profondo da escludere ogni possibilità di ritorno? la questione è discussa nel talmud:
“chiunque vada con lei non può fare ritorno né percorrere il sentiero della vita (mishlè 2:19) ma se non fanno teshuvà non possono tornare sul sentiero della vita. che cosa significa che se anche si pentono non possono ritornare sul sentiero della vita? che anche se rifiuta l’idolatria è destinato a morire? [avodà zarà 17a]

il talmud ci insegna che non tutte le trasgressioni possono essere cancellate, la cicatrice dello spirito può essere così profonda che il semplice pentimento può non essere sufficiente, il pentito morirà nonostante la penitenza. perché pentirsi dunque se a questo seguirà la morte?

rashì affronta la questione e offre un nuovo interessante punto di vista: la morte, in questi casi, non è detto che sia una punizione ma, per chi si pente, il risultato di una lotta interiore tra il bene e il male. questa lotta per distruggere il potere della cattiva inclinazione, che ha ottenuto una serie di vittorie, mette a dura prova le risorse spirituali a tal punto, che la persona ne muore.

mentre la morte può essere vista come risultato del pentimento, la morte stessa può portare il perdono e al pentito viene assicurato un posto nel mondo a venire. infatti diverse fonti, in molti casi, considerano la morte un aspetto necessario del perdono.

rabbi matthia ben heresh chiese a rabbi eleazar ben azariah a roma: hai sentito dei quattro tipi di trasgressione nel discorso di rabbi ishmael? egli rispose: sono tre e a ognuna è legata una forma di pentimento. se si trasgredisce una mizvà positiva e ci si pente si è perdonati prima che si ci muova dal proprio posto; come è detto “ritorna, oh figlio caduto” (yirmiyahu 3:14). se si trasgredisce e ci si pente, il pentimento sospende la pena e il giorno del perdono porta il perdono come è detto “in quel giorno ci sarà per voi il perdono… per tutte le vostre trasgressioni (Vayikra 16:30). se ha commesso una trasgressione punibile con il charèt o con la morte per mezzo del bet din e si pente, il pentimento e il giorno dell’espiazione sospendono la punizione e la sofferenza conclude l’espiazione, come è detto: “li affliggerò per le loro trasgressioni con il bastone e le loro iniquità con colpi” (tehillim 89:43).

ma se ha profanato il nome, la penitenza non ha la capacità di sospendere la punizione né il giorno del perdono di portare il perdono, né le sofferenze di fermarla. ma tutte queste cose insieme sospendono la punizione e solo la morte conclude il processo, come è detto: il dio delle schiere si è rivelato alle mie orecchie, certo questa iniquità non sarà espiata fino a che non morirai (yomà 86a).

la trasgressione e il piacere che l’accompagna danneggiano lo spirito. certe forme di espiazione servono a ricreare un equilibrio tra lo spirito e il corpo. ogni trasgressione richiede un certo tipo di espiazione. la peggiore delle trasgressioni – la profanazione del nome di dio – può essere espiata solo con la morte.

il talmud continua raccontando la storia di una donna che, apparentemente, tra le tante trasgressioni commesse, è colpevole di idolatria:

non era questa la donna che venne da rav hisdà a confessare che la trasgressione più leggera che aveva commesso era che il figlio minore era stato generato dal figlio maggiore? al che rav hisdà disse: affrettatevi a prepararle il sudario ma lei non morì. ora, dal momento che lei si era riferita a questa immoralità come la più leggera delle sue colpe, si può supporre che praticasse anche l’idolatria – e non era morta! – e che un pentimento inappropriato era il motivo del fatto che non era morta (avoda zarà 17a).

la tesi del talmud rimane: il pentirsi dell’idolatria provoca la morte come espiazione. in questo caso il talmud insiste nel dire che la sua colpa era effettivamente l’idolatria ma il suo pentimento non era né completo né sincero. perciò la morte non può seguire immediatamente per garantire l’espiazione che non arriva per mancanza di pentimento.

il talmud racconta un’altra versione di questa storia:
è solo con il pentimento dall’idolatria che si muore ma non per altre trasgressioni. non era questa la donna che venne da rav hisdà che disse: affrettatevi a prepararle il sudario e lei morì? Dal momento che aveva definito la sua colpa la più leggera si può presumere che fosse dedita anche all’idolatria. la donna morì e la tesi del talmud secondo cui il pentimento dall’idolatria causa la morte è mantenuta.

il talmud prosegue indagando se l’idolatria sia l’unica offesa che porta alla morte raccontandoci una storia incredibile: nessuno muore se rinuncia alle sue trasgressioni tranne che per l’idolatria.

è stato insegnato: è stato detto di rabbi eleazar ben dordaia che non rinunciava a nessuna prostituta al mondo e andava con lei. una volta sentì di una prostituta in una città del mare che accettava una borsa di monete per il suo lavoro. lui prese una borsa di monete e attraversò sette fiumi per lei. quando fu con lei, la donna emise dell’aria e disse: “così come questo soffio d’aria non tornerà al suo posto così il pentimento di eleazar ben dordaya non sarà mai accettato.

allora lui se ne and e si sedette tra due colline e disse: “oh colline e montagne chiedete la grazia per me” e queste replicarono “come possiamo? dobbiamo pensare a noi stesse come è detto “perché le montagne e le colline saranno rimosse” allora lui esclamò “cielo e terra chiedete perdono per me” e anche questi replicarono “come possiamo farlo, dobbiamo pensare a noi stessi come è detto “perché i cieli svaniranno come fumo e la terra si consumerà come un vestito” allora lui esclamò “sole e luna chiedete perdono per me” ma anche questi risposero “come possiamo? come è detto “si confonderà la luna e il sole si vergognerà” allora lui si rivolse alle stelle e alle costellazioni che gli risposero “come possiamo aiutarti che dobbiamo pensare a noi stesse” come è detto “e le popolazioni dei cieli si sgretoleranno”.

allora dordaya disse “dunque la cosa dipende da me soltanto” e mise la testa tra le ginocchia, pianse forte fino a che la sua anima non lo abbandonò. quindi una voce dal cielo proclamò “rabbi eleazar ben dordaya è destinato per la vita nel mondo a venire”.

ecco questo era un caso di trasgressione diverso dall’idolatria eppure cordaia morì! sì ma in questo caso egli era talmente immerso nell’immoralità come se avesse fatto idolatria. rabbi sentendo tutto questo scoppiò a piangere e disse “c’è chi si conquista la vita eterna dopo molti anni e chi in una sola ora. e aggiunse “non solo chi si pente viene accettato, è addirittura chiamato rabbi” [avoda zarà 17a].

abbiamo sentito di uno che trasgrediva abitualmente che, sorprendentemente, viene chiamato rabbi anche se questo appellativo non è compatibile con il suo comportamento. leggendo attentamente questo passaggio notiamo che l’appellativo gli viene dato postumo e solo retrospettivamente. durante la sua vita in realtà questo uomo era stato un trasgressore, non aveva insegnato né studiato. la sua unica preoccupazione era di soddisfare i suoi sordidi desideri. solo in punto di morte diventa rabbi. la storia però rimane poco chiara comunque.

che senso ha il comportamento bizzarro della prostituta? e perché dice quello che dice? perché dordaya la prende così sul serio? qual è il senso della sua conversazione con le montagne e le colline, il sole la luna e le stelle? perché merita di essere chiamato rabbi? e infine perché muore?

che si consideri il suo dialogo con le montagne e le colline reali o immaginario questo ci dà un’affascinante descrizione di che cosa non è la teshuvà. il rifiuto della sua appassionata preghiera ci fa comprendere che la risposta alle preghiere dell’uomo non sta nelle forze della natura. quando arriva il momento della teshuvà, del pentimento, del ritorno la natura non può aiutare l’uomo.

l’immagine è chiara: c’è un uomo che soccombe alla sua stessa natura. vuole decidere che tipo d’uomo essere e le forze della natura non possono portarlo a dargli un sollievo spirituale. il messaggio è essenziale per comprendere che la dinamica della teshuvà non ha niente a che fare con le cose mondane, il segreto della teshuvà non si trova all’interno del cosmo. la teshuvà è metafisica.

è stata creata prima del mondo fisico. la teshuvà è un ritorno a dio. così come dio trascende lo spazio e la materia, l’uomo che stabilisce una relazione con dio trascende il suo passato. questo concetto può essere descritto usando una formula matematica: infinito più infinito uguale infinito. la realtà è dio, solo questa realtà infinita esisteva prima della creazione del nostro mondo fisico e limitato. l’unico aspetto “reale” della nostra esistenza è quello in relazione con la realtà infinita di dio.
l’essere finito, l’uomo, che ha un rapporto con il dio infinito può andare oltre i limiti del tempo e dello spazio e trascendere gli errori del passato. ciò che è reale è l’essere in relazione con dio.

eleazar si avvicina alla natura ma i suoi sforzi sono vani. per quanto riguarda la natura, l’uomo può smettere oggi di fare quello che faceva ieri, si può riabilitare ma la teshuvà, una pulizia e una guarigione metafisica non è però possibile.

torniamo alla prima parte della storia. nel momento culminante la donna non trattiene un peto, allora guarda il suo cliente e gli dice “così come questo soffio d’aria non tornerà al suo posto così il pentimento di eleazar ben dordaya non sarà mai accettato”. il suo comportamento e le sue parole sono strane.

per caso lei discute dello stato spirituale di tutti i suoi clienti? questo servizio è incluso nel prezzo? la parola usata nel testo è heficha, rashì spiega che un vento (o spirito in ebraico ruach) uscì fuori. la prima volta che la troviamo la radice di questa parola nella torà è quando all’uomo viene data l’anima.

“…e il signore formò l’uomo con la polvere della terra e gli soffiò (vayipach) nelle narici il soffio vitale. e l’uomo divenne un’anima vivente. (bereshit 2:7)

sembra che la donna gli stia dicendo “la tua anima si è sporcata in modo irrimediabile”. le sue motivazioni sono oscure. forse, abituata ad avere un controllo completo del proprio corpo che improvvisamente e inaspettatamente perde, la mette in condizione di riconoscere che eleazar, allo stesso modo, è fuori controllo.
questo sciocca eleazar che ha sempre pensato di potersi redimere prima o poi, che in fondo non era così malvagio. egli probabilmente raccontava a se stesso di essere un buon diavolo a cui piaceva divertirsi un po’, senza rendersi conto di quanto la sua spiritualità a lungo andare si fosse deteriorata.

pensava che avrebbe potuto redimersi in qualsiasi momento, si considerava accettabile nonostante tutto. improvvisamente questa donna che ride cinicamente di lui gli fa capire di essere senza speranza. questo semplice pensiero lo devasta e lo fa decidere in quel preciso momento di cercare un cambiamento.

cerca una via di ritorno ma gli viene detto che la sua degenerazione è senza speranza. potrebbe essere questo il significato del suo nome ben durdaya – il figlio della hitdardarut – colui che si deteriora e si deteriora fino a che tutto sembra perduto.

il suo nome eleazar però significa “dio può aiutare”. non importa quanto si è rovinato, rimane sempre eleazar, dio può sempre aiutare. quando si allontana dalla prostituta, separandosi dalla sua trasgressione, va in cerca della purità non di una semplice riabilitazione. vuole riconquistare la purità dell’anima com’era al giorno della nascita. si rivolge alla natura per cercare di rimettere indietro le lancette dell’orologio ma gli rispondono che la sua è una richiesta impossibile. la natura non può né controllare né incidere sul passato.

quando prega la natura eleazar ripetutamente supplica: chiedete grazia per me” la parola ebraica è rachamim.

la radice di questa parola è rechem che significa anche utero: rachmanut è il tipo di amore che una madre ha per il figlio ed è quasi illimitato. ma quando ci ricordiamo che stiamo parlando di un uomo che ha avuto una quantità innumerevole di donne, capiamo che si sta parlando dell’oggetto e della natura della sua trasgressione, vuole tornare a quando era puro, vuole tornare al giorno della sua nascita per ricominciare da capo. vuole la purità.

quest spiega le azioni successive: “mise la testa tra le ginocchia, pianse forte fino a che la sua anima non lo abbandonò”. Eleazar assume ulna posizione “fetale” e piange fino a che l’anima non lo abbandona. simbolicamente inverte il processo di nascita e vita nello sforzo di ottenere la purità d’animo che aveva quando era nato, un’anima nuova di zecca.

nonostante la natura lo respinga, sa che possiede dentro di sé la capacità di trovare pace e serenità e dice “la cosa dipende da me soltanto” il “me” è eleazar, l’individuo che dio può aiutare nonostante la sua abiezione, l’individuo che ha un’anima divina, non importa quanto si sia sporcata, quanto sia degenerata: quest’uomo ha sempre la possibilità di fare teshuvà.

questo è il motivo per cui viene chiamato “rabbi”: ci insegna una lezione importante, che la teshuvà è sempre possibile anche se il risultato è la morte della persona. non si lascia convincere dagli scettici a lasciare il sentiero della santità e non consente ai suoi anni di corruzione di impedirgli la ricerca della santità, non permette al suo passato di distruggere il suo futuro. in un glorioso momento finale capisce perché è nato e cerca dio con tutto il suo cuore e tutta la sua anima fino al punto di perdere la vita.

sebbene il suo sia un grande gesto e la sua decisone ammirabile perché è dovuto morire? il talmud dice che il suo livello di corruzione morale era tale, la sua autoindulgenza così esagerata e sempre pronta ad autoperdonarsi che era come se fosse un idolatra. adorava la propria lussuria con tutto il suo cuore e tutta la sua anima e tutti i suoi averi.

voleva attraversare i sette fiumi, prese tutto il denaro necessario perché la sua anima era consumata dalla sua dipendenza. per poter guarire ha bisogno delle stesse forze, adesso vuole servire dio con tutto il suo cuore e tutta la sua anima e tutti i suoi averi.

probabilmente questa ribaltamento, questa inversione di forze è la probabile causa della sua morte. Forse la sua morte è in effetti una atto di grazia da parte di dio, perché un uomo così corrotto che raggiunge un così alto livello spirituale è davvero impressionante.

ma come avrebbe potuto comportarsi un uomo del genere, nella vita di tutti i giorni? con la sua dipendenza e il suo istinto soggiocati o messi sotto controllo che cosa sarebbe stata la sua vita? sarebbe stato in grado di resistere questa sua nuova spiritualità di fronte a una qualsiasi cosa materiale? o la morte è una fuga?

forse l’unico modo per ottenere una parte nel mondo a venire, era la dipartita da questo mondo nel momento del suo culmine spirituale in cui piange e riconquista la purità originale.

la teshuvà è sempre possibile, nonostante che a volte gli effetti di una trasgressione siano così profondi che non possono essere risollevati e soltanto la morte può portare l’espiazione e il perdono.

il messggio di questa storia è profondo, l’insegnamento di rabbi eleazar ben dordaya è che la teshuvà è sempre accessibile, la purità è sempre possibile e che una parte nel mondo si può sempre ottenere. anche per il peggiore e il più tremendo dei peccatori.

chatimà tovà

 
27 set
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separazione e ricongiungimento: riflessioni per rosh ha shanà e shabat teshuvà

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ritrovarsi

di rabbi marc d. angel
le radici della tristezza più profonda si condensano nella parola “separazione”. Proviamo questa sensazione in special modo nei momenti di transizione: quando salutiamo un figlio per il suo primo giorno alle scuole medie o quando parte per un’altra città; quando salutiamo una persona amata che non vedremo per molto tempo. i genitori piangono al matrimonio dei loro figli. le loro sono sicuramente lacrime di gioia ma sono anche lacrime che derivano dall’ansia della separazione.
c’è la triste separazione per un divorzio, della chiusura di una relazione e infine la definitiva separazione costituita dalla morte. dare l’estremo addio a un genitore, a un coniuge o a un amico è tra le più tristi delle esperienze umane.
è nel momento della separazione che sentiamo salire l’onda delle emozioni incontrollabili. siamo al nostro meglio e al nostro peggio, realizziamo che non abbiamo proprio il pieno controllo di ogni cosa, capiamo che non possiamo far sì che le cose durino ancora, non possiamo congelare il tempo né i rapporti con le persone. “riunirsi” e riconciliarsi sono le radici della gioia e della soddisfazione più profonde. rivedere una persona amata dopo tanti anni di separazione, riunirsi alla propria famiglia e agli amici sono esperienze che spesso provocano lacrime di gioia. sentiamo che le nostre vite si completano, che le cose vanno al posto giusto. la gioia del ricongiungersi ha a che fare con la nostra convinzione che ci sia qualcosa dopo la vita, un luogo dove alla fine ci ricongiungeremo alle persone amate che non sono in questo mondo. in altre parole la morte non costituisce una separazione definitiva. anche la morte, alla fine, sarà seguita da un ricongiungimento.

Separazione e ricongiungimento sembrano essere due opposti ma non lo sono. sono due lati di una stessa medaglia, due note armoniche nel ritmo della vita. una non è possibile senza l’altra, come la luce senza il buio, il sole senza la pioggia.

nel musaf di rosh ah shanà tre argomenti che possono essere considerati alla luce del tema “separazione e ricongiungimento”. la prima parte descrive dio come un re, l’essere che ha potere di vita e di morte. quando ci rapportiamo a questa immagine di dio reagiamo con una sensazione di paura e separazione, ci rendiamo conto di non avere il controllo delle nostre vite e che ce l’ha dio. ci sentiamo intimoriti dal potere del signore, ci sentiamo separati e addirittura alienati.
il tema successivo è “zikhronot”, la memoria di dio. dio agisce con compassione, dio è un genitore amorevole preoccupato delle nostre vite. non siamo mai dimenticati o abbandonati, le nostre vite non sono né anonime né casuali, dio si ricorda di noi e ci porta più vicino a lui e alle persone l’uno all’altro.

il terzo argomento, “shofarot”, serve da ponte tra i due poli della separazione e del ricongiungimento. lo shofar ci ricorda la legatura di isacco, un simbolo di separazione dove un padre sta per sacrificare il figlio amato. abramo, solo con suo figlio su un monte sperduto capisce che dio è il dio assoluto che sovrintende alla vita e alla morte.
ma lo shofar è anche una reminiscenza della rivelazione di dio sul monte sinai. allora gli ebrei furono radunati, uniti spalla a spalla. là ci fu un ricongiungimento tra il popolo e dio.
Rosh Hashana ci ricorda le radici dell nostra grande tristezza e della nostra grande felicità. ricordi delle separazioni vissute tornano alla mente, ricordi che non ci lasceranno mai e che viviamo intensamente. ma noi viviamo anche l’esperienza del ricongiungimento. siamo tutti insieme al tempio, i membri della nostra famiglia sono ritornati, amici e vicini si ritrovano tutti insieme. siamo felici. la separazione è una parte inevitabile della vita. la famiglia e la comunità ci aiutano ad affrontare con queste separazioni al meglio delle nostre possibilità. un tempio ci offre l’opportunità di pregare e di studiare insieme, di aumentare la nostra esperienza della felicità, di metterci in condizione di partecipare a delle buone azioni, atti di solidarietà e di condivisione.
raramente si presenta la possibilità di prevenire una separazione e l’angoscia che ne consegue ma abbiamo la capacità di aumentare il nostro senso di completezza unendoci alle nostre famiglia, alle persone che amiamo, agli amici; con la condivisione, incoraggiando, con l’essere parte della vita della comunità. spesso la separazione e la tristezza vengono per conto loro. il ricongiungimento e la felicità richiedono un’azione da parte nostra, ci chiedono di prendere l’iniziativa.
è l’inizio di un nuovo anno, il ritmo della vita e della morte continua, il ciclo della separazione e del ricongiungimento. cerchiamo di essere forti nell’affrontare le sfide e le perdite che ci aspettano. facciamo un carico di energia prendendola dal nostro ricongiungerci alla nostra famiglia, agli amici e al signore dio.

 
20 set
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che mi metto?

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vestirsi

è successo anche questo!? ieri sera, un signore dalla voce distinta che chiamava per prenotare un tavolo mi ha chiesto se c’era un “dress code” da rispettare da nonna betta. ho trattenuto il sorriso e gli ho risposto che no, non era necessario e allora lui, dopo avermene proposti alcuni, ha optato autonomamente per uno “smart casual”.

 
11 set
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le trasgressioni e il perdono

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peso

by rabbi ya’aqob menashe

rambam (maimonide) nelle Hilkhoth Teshuvà (le leggi del pentimento) afferma che quando le trasgressioni di un individuo vengono pesate su un piatto della bilancia, sull’altro piatto ci sono i suoi meriti. le trasgressioni che ha commesso una volta o due non contano e non sono pesate. se però le trasgressioni ripetute tre volte o oltre sono più numerose dei meriti di una persona, allora anche le trasgressioni fatte una sola volta o due si sommano e costui viene giudicato per tutto ciò che ha fatto.

Se, invece, i meriti di una persona risultano uguali o maggiori in quantità rispetto alle trasgressioni commesse tre o più volte, dio perdona tutte le trasgressioni in questo modo:

Dal momento che le tragressioni commesse una o due volte non sono state considerate, quelle commesse tre volte si calcolano come se fossero state commesse “una sola volta” e vengono perdonate dall’onnipotente. Visto che a questo punto sono state perdonate, una trasgressione commessa quattro volte si calcola come se fosse stata commessa una sola volta e viene perdonata anche questa.
e così via fino a che tutte le trasgressioni non sono perdonate.

 
06 set
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sdoganare il parrucchino

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dal sito delle mie amiche – le spizzichino sisters – il blog delle ragazze, prendo spunto per proporvi un’idea che avevo in mente già da molto tempo e che, in un certo senso, supera questa che le simpaticissime sorelle bontempone propongono. la mia idea consiste nel produrre kippot fatte proprio di capelli, una specie di chierica al contrario che però potrebbe risultare antiestetica, me ne rendo conto.

allora, visto che i maschi ebrei hanno l’obbligo di indossare la kippà, sempre, ma in particolare nei luoghi di studio e di preghiera, ho pensato a un vero e proprio parrucchino con una targhetta applicata che magrittianamente reciti “questo non è un parrucchino”.

in questo modo le persone che sono state abbandonate dai propri capelli non potranno essere più accusate di essere vanitose né essere prese di mira e ridicolizzate con ammiccamenti, occhiate che sottintendono, gomitatine nei fianchi dell’amico per svelare che quella certa persona indossa il vituperato parrucchino.

 
31 ago
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spirito libero

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censura

di Rabbi Marc D. Angel

lo psicologo Irving Janis ha individuato il concetto di “pensiero di gruppo”. Janis afferma che piccoli gruppi non privi di fascino, ben affiatati e ben informati, hanno il potere di reprimere il dissenso e di creare il fenomeno del “pensiero di gruppo”, laddove l’opinione pubblica segue le idee di un piccolo gruppo al suo interno.
l’alternativa quindi diventa questa: o si accettano i dictat di questi gruppi di potere o si e’ ostracizzati e delegittimati. il dissenso e’ stroncato, la discussione aperta e libera non e’ tollerata.
il dottor schnall, professore alla Yeshiva University, ha spiegato come il sistema adottato dal sanhedrin – il sistema giudiziario dell’antica israele – contrastava intenzionalmente gli effetti deleteri del “pensiero di gruppo”. per esempio, nelle discussioni i giudici meno autorevoli parlavano per primi e i giudici piu’ anziani intervenivano successivamente.
in questo modo la discussione libera e aperta era assicurata: se i giudici più anziani e autorevoli avessero espresso le loro opinioni per primi, gli altri avrebbero potuto essere riluttanti ad esprimere il loro disaccordo e il risultato sarebbe stato il controllo del dibattito da parte di un piccolo gruppo di potere.
il sanhedrin per evitare di chiudersi mentalmente consultava esperti all’esterno. i discepoli che seguivano i processi erano autorizzati a esprimere il loro parere. se il sanhedrin arrivava a un verdetto unanime di colpevolezza l’imputato era assolto perché si presumeva che l’assenza di dissenso fosse un segno di omologazione e conformismo e che quindi il processo non fosse un processo giusto.
il “pensiero di gruppo” è un fenomeno molto pericoloso perché l’autorità viene messa nelle mani di un piccolo circolo interno che, sostanzialmente, spinge il pubblico a conformarsi ai punti di vista di questo piccolo gruppo. è il metodo adottato dai tiranni, è il metodo che consente alle piccole elite di imporre le sue visioni su una maggioranza passiva e spaventata. il “pensiero di gruppo” si evidenzia nella propaganda anti-ebraica e anti-israeliana fatta dal movimento del “politically correct”. gli individui smettono di pensare per conto proprio, di reclamare i fatti, di valutare le verità che gli vengono imposte. Se resistono alle pressioni del “pensiero di gruppo” rischiano di essere bollati come reietti sociali e intellettuali, di essere isolati ed emarginati.
nella parasha’ – il brano della torà che si legge ogni sabato nelle sinagoghe – di questa settimana leggiamo che i tribunali devono perseguire la giustizia: “tsedek tsedek tirdof”. molti commentatori hanno interpretato questa frase – giustizia giustizia inseguirai – nel senso che bisogna ricercare la giustizia nel modo giusto, la ricerca della verità deve avvenire in un ambiente libero e aperto, senza coercizioni o intimidazioni, le persone devono sentirsi libere di esprimere le proprie opinioni e idee senza soccombere al “pensiero di gruppo”. la discussione e il dissenso devono essere incoraggiati e non soffocati.
manifestationi di “pensiero di gruppo” sono ovunque nella nostra società e resistere a queste pressioni richiede una certa quantità di coraggio e astuzia.
il “pensiero di gruppo” “groupthink” è ancora piu’ evidente nella vita religiosa dove, piccoli gruppi intellettualclericali cercano di imporre la loro visione ristretta alla maggioranza. loro stabiliscono qual è la “verità” e si aspettano che la gente segua le loro affermazioni. quelli che non si adeguano sono bollati come eretici. la tirannia del “pensiero di gruppo” dilaga nei circoli fondamentalisti di tutte le religioni: stabiliscono il “vero e l’eresia” dall’alto della loro “autorità” che confina o addirittura coincide con l’infallibilità. la discussione e il dibattito sono proibite: anatema su chi non si conforma con le idee e con i comportamenti dettati da questa “autorità.
*****
se il “pensiero di gruppo” è pericoloso per la società nel suo insieme, lo è ancor di più per la vita religiosa perché inietta un veleno spirituale che ne mina la vitalità, la creatività e il dinamismo. Invece di diffondere uno spirito di discussione e di libera interrogazione, richiede un conformismo spietato. invece di aumentare nelle persone religiose l’attitudine al pensiero critico, all’analisi e al dibattito, le induce a smettere di pensare autonomamente e a evitare l’analisi e il confronto, a escludere tutte le idee che non si adattano al quadro imposto dal “pensiero di gruppo”.
questi “opinion makers” esigono una meschina obbedienza alla “autorità”, anche se non siamo d’accordo con loro, anche se non vogliamo riconoscere questa “autorità”, anche se siamo convinti che queste “autorità” stiano portando la gente su una strada completamente sbagliata.
se vogliamo essere individui responsabili dobbiamo resistere a questa tirannia, dobbiamo esigere la libertà di pensare per conto nostro, di valutare le idee in modo indipendente, di opporsi alla coercizione e all’intimidazione. dobbiamo lottare per una vita religiosa viva e dinamica.
dobbiamo perseguire la giustizia in un senso vero e giusto.

 
28 ago
Postato da: UP

bene o male dobbiamo scegliere. visto che si può.

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bivio

Re’eh(Deuteronomio 11:26-16:17)
Una benedizione e una maledizione
Ecco oggi metto davanti a te la possibilità di scegliere una benedizione o una maledizione. La benedizione quando ascolti i comandamenti del Signore tuo Dio che ti ordino oggi. La maledizione se tu non ascolti i comandamenti del Signore tuo Dio e devii dal sentiero che io ti indico oggi allo scopo di servire altri dei che non conosci’. (Deut. 11:26-28)

La parashà di questa settimana inizia con Mosè che mette il popolo davanti a due alternative: una benedizione o una maledizione. Questo sarà il risultato del seguire o non seguire la parola di Dio abbandonando il suo sentiero e andare verso l’idolatria. Questi versi contengono e inglobano quello che seguirà poi nel testo. La gran parte di questa parashà è una polemica contro l’idolatria ma per capire questo dobbiamo prima capire bene la differenza tra le due scelte, tra la benedizione e la maledizione.
Più avanti Mosè descrive le conseguenze orribili e catastrofiche che inevitabilmente seguiranno alla deviazione dagli insegnamenti del Signore:

‘E Dio si adirerà contro la terra, portando su di essa tutte le maledizione scritte in questo libro,.. ed ecco quando tutte queste cose cadranno su di te, la benedizione e la maledizione che ti ho messo davanti…’ (Deut. 29:26 and 30:1)

Quindi il testo si conclude con queste parola immortali:
‘Ecco ho messo davanti a te oggi vita e bene e morte e male… Chiamo a testimoni il cielo e la terra contro di te, vita e morte ti ho messo di fronte, la benedizione e la maledizione – scegliete la vita affinché voi e i vostri figli possiate vivere! (Deut. 30:19)

Questo testo presenta notevoli somiglianze con l’inizio della parashà in cui viene usata la stessa formulazione: “ecco io ho messo di fronte a te” ma qui il testo identifica la benedizione con la vita e la maledizione con la morte.

Questa, quindi, è la vera scelta per l’Uomo: vita o morte.

È difficile immaginare una distinzione più netta tra la vita e la morte, esse stanno ai poli opposti dell’esperienza umana. Perché uno dovrebbe scegliere la morte piuttosto che la vita? sembrerebbe del tutto illogico. Certo ci sono persone per cui la vita diventa così penosa che possono scegliere di evitare il loro dolore, scegliere le droghe o spingendosi oltre scegliere di morire suicidandosi. C’è anche chi cerca di appannare la realtà della vita e chi la evita completamente, ma questi sono chiaramente individui disadattati: perché la torà dovrebbe dilungarsi a parlare di malattie psicologiche?

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LA SCELTA ORIGINARIA
La scelta tra la vita e la morte ha un famoso precedente posto all’Uomo proprio all’inizio dell’esistenza:
E il Siignore fece crescere ogni albero bello da vedere e buono da mangiare, e l’albero della Vita era nel Gan Eden e l’albero della conoscenza del Bene e del Male… E il Signore Dio pose Adamo nel Gan Eden per lavorarlo e sorvegliarlo e gli comandò dicendo: ‘Mangerai da ogni albero del Gan Eden ma dall’albero della conoscenza del Bene e del Male non mangerai perché nel giorno in cui ne mangerai sicuramente morirai.’(Genesi 2:9,16-17)

Un albero è associato alla vita, l’altro alla morte. Chiaramente nessuna persona sana sceglierebbe la morte, a meno che non ci sia un serpente che sussurra pensieri seducenti portndo chi ascolta all’autodistruzione.
Noi continuiamo ad ascoltare il serpente tentatore che ci esorta a mangiare il frutto della morte.

Questa descrizione è paradigmatica per tutta l’umanità. Siamo stati posti, tutti, nel Gan Eden, vita e morte ci sono state messe davanti e Dio ci ha detto di scegliere la vita. Purtroppo però continuiamo ad ascoltare il serpente tentatore, vero o immaginario, che ci esorta a mangiare il frutto della morte nonostante le innumerevoli maledizioni che conseguono a questa scelta.
Il mondo, sin dall’inizio, è stato creato con la possibilità di scelta, in definitiva questa possibilità si risolve tra vita e morte ma raramente le persone vedono la faccenda in questi termini. La possibilità del male o della sofferenza fa parte del processo della creazione, o forse è il risultato della creazione:

Ed ecco, era molto buono… Ed ecco, era buono… [in Genesi] allude alla creazione dell’Uomo e all’inclinazione al Bene, mentre “molto” allude all’inclinazione al Male. E che, l’inclinazione al Male è “molto buona”? In verità è per insegnarti che che se non ci fosse l’inclinazione al Male nessuno costruirebbe una casa, si sposerebbe e farebbe figli. (Kohelet Rabba 3:15)

La creazione vera e propria comprende l’inclinazione al Male e senza di essa nessuno può parlare di un mondo molto buono. La possibilità del Male è parte integrante della creazione. Questa idea è espressa più chiaramente in questi versi dal libro di Isaia:

‘Io sono il Signore e non c’è nessun altro, non c’è altro Dio accanto a me; io ti ho cinto nonostante tu non mi conoscessi. Coloro che possono sapere dal sorgere del sole, e dall’ovest che non c’è nessuno accanto a me. Io sono il Signore e non c’è nessun altro. Io formo la luce e creo il buio, Io faccio la pace e creo il Male; Io, il Signore, faccio tutte queste cose.’ (Isaia 45:5-7)

Here, in unequivocal terms, God, “takes credit” for all phenomena, good and evil. To ascribe these things to any other power would necessarily impinge on the idea of monotheism. All things come from God.

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MA PERCHE’?
Ma perché Dio crea un mondo con queste cose? inoltre, come può il midrash etichettare queste cose come “molto buone” Come può il Signore, il “buon Dio”, che è completamente buono, causare il Male?
Da un lato possiamo dire che se tutto viene dal cielo – anche le punizioni e le sofferenze – tutte queste cose derivano dall’assoluto amore che Dio ha per noi. Come un genitore che deve educare i suoi figli. Sembra chiaro che se un genitoore risponde con un premio a un comportamento antisociale del figlio, questi molto facilmente diventerà un sociopatico. Allo stesso modo su scala collettiva. Se Dio rispondesse con doni e premi avremmo un’intera generazione società di disadattati sociali.

Ma c’è dell’altro. Il verso citato di Isaia si presta a una seconda lettura. A una lettura più attenta si nota che la luce è formata mentre il buio è creato; la pace è fatta e il Male è creato. Che differenza c’è fra “formazione” e “creazione”? Formazione indica l’apparire di qualcosa da qualcosa mentre la creazione è dal nulla si crea qualcosa dal niente.
Nonostante che il Male sia stato creato da Dio esso non emana da Dio.

Possimao imparare dai versi di Isaia che la luce o il bene derivano da una fonte primordiale – da Dio mentre il Male viene creato. Nonostante il che il Male sia stato creato da Dio esso non è emanazione di Dio. La luce è rifratta dal Bene supremo mentre il risultato di una particolare azione di creazione si concretizza nell’apparizione di qualcosa di nuovo, che non è parte di Dio e che si chiama Male.
I mistici hanno descritto questo processo come tzimtzum, contrazione del Divino. Questo processo di creazione permette l’apparizione di qualcosa che è “altro” da Dio, che ha bisogno di essere creato perché non esiste nella sfera di Dio. Il concetto è racchiuso in una frase “one-line”nel Midrash:

Il Male non proviene dal cielo. (Yalkut Shimoni Va’era 186)

Il Midrash è chiaramente consapevole dei versi di Isaia ma, semplicemente, ritiene come facciamo noi che la creazione differisce dalla formazione; perciò il Male non emana dal cielo ma è piuttosto un prodotto collaterale della creazione.
Allo stesso modo, commentando questa parashà, Rabbi Chaim of Allepo (uno studente di Rabbi Chaim Vital) nota:
Ecco! Oggio io ti do (letteralmente “metto davanti a te”) una benedizione e una maledizione. “Davanti a te” e non “Sopra di te” perché il Male non discende dal cielo, piuttosto si trova davanti a te, è posto davanti: la scelta è tua. (Torat Haham 419:3)

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DIO E’ INTERAMENTE BUONO?
In un certo senso questo potrebbe suonare come una discussione teologica. In un lungo passaggio lo Zohar affronta la questione:
Il vero amore di Dio Bendetto Egli sia consiste proprio in questo, che noi rinunciamo per Lui a tutte le nostre capacità emozionali, intellettuali e le proprietà e facolta materiali per amarlo. Dovremmo chiederci: come possiamo amarlo con l’inclinazione al Male? Non è la cattiva inclinazione che ci seduce e ci impedisce di avvicinarci a Dio per servirlo? Come possiamo dunque usare l’inclinazione al male come strumento d’amore per Dio?
La risposta è proprio in questo: il servizio più grande che possiamo rendere a Dio è d soggiogare l’inclinazione al Male con il potere dell’amore per il Signore Bendetto Egli sia. Perché, quando è sottomessa e il suo potere è spezzato in questo modo, allora l’Uomo un vero devoto di Dio dal momento che ha imparato a mettere l’inclinazione al male al servizio del Signore.

Questo è un mistero affidato ai maestri della tradizione esoterica. Tutto ciò che il Signore ha fatto, al di sopra e al di sotto, lo ha fatto allo scopo di manifestare la sua Gloria e di mettere ogni cosa al suo servizio. Ora, può il padrone permettere al suo servitore di lavorare contro di lui e di fare continuamente piani per contrastarlo? La volonta di Dio è che l’Uomo gli sia devoto e che proceda nella strada della verità di modo che possa essere premiato con molti benefici. Allora come può un cattivo servitore venire e contrastare la volontà del suo padrone tentando l’Uomo per portarlo sulla strada del Male, allontanandolo dal Bene e farlo disobbedire ai voleri del suo Signore? In realtà anche l’inclinazione al Male in questo modo fa la volontà del suo padrone.

E’ come un re che aveva un unico figlio che amava e gli era caro e che proprio per questo motivo lo mise in guardia dal farsi tentare da donne di malaffare e lo avvertì dicendo che chiunque si fosse macchiato non sarebbe pouto entrare nel suo palazzo. Il figlio, amorevolmente, allora promise di fare il suo volere. Fuori del palazzo, però, c’era una prostituta molto bella e dopo un po’ il padre pensò “Adesso vedrò se mio figlio mi è devoto” e con un inviato ordinòa alla donna di sedurre il figlio “Voglio mettere alla prova la sua obbedienza”. Così la donna tentò ogni tipo di seduzione per spingerlo tra le sue braccia. Ma il figlio, che era buono, obbedì agli ordini di suo padre e rifiutò le lusinghe di lei allontanandola da sé. Allora il padre gioì enormemente e, portando il figlio nella stanza più nascosta del palazzo, gli consegnò il dono dei suoi tesori più preziosi e gli diede i più grandi onori. E chi fu la causa di questa grande gioia? La prostitua deve essere onorata o biasimata per questo? Onorata, senza dubbio, da ogni punto di vista perché ha fatto esattamente ciò che il re le ha comandato e ha messo in pratica il suo piano e allo stesso tempo ha fatto in modo che il figlio ricevesse tutti i buoni doni e che diventasse ancora più profondo l’amore del padre per il figlio.
Per questo è scritto “E il Signore vide che tutto ciò che aveva fatto, ed ecco era molto buono” Laddove “era molto buono” si riferisce all’angelo della Morte (cioè l’inclinazione al Male). Analogamente se non fosse per il suo accusatore il giusto non entrerebbe in possesso dei supremi doni del mondo a venire. Felici, perciò, coloro che entrano in conflitto col tentatore e prevalgono perché proprio per mezzo del tentatore otterranno tutti i beni e le cose desiderabili del ondo a venire.
(Zohar, Sh’mot, Sec. 2, p. 163b)
Lo Zohar, in questo passaggio significativo descrive chiaramente come sia possibile che il re – metafora di Dio – permetta che uno scenario simile si svolga fuori del suo palazzo. La tendenza al Male è cio che il re vuole. Il re vuole che il Male sia rifiutato ma ciò non è possibile all’interno del palazzo. Allo stesso modo l’Uomo prima della creazione ha un’anima ma non la libertà di scelta: vive dentro il palazzo. Fuori del palazzo, in questo mondo, la tentazioni esistono per poter essere rifiutate.

Si potrebbe dire che il Male è il Bene in incognito.

In definitiva tutte le tentazioni provengono dal Signore per poter essere rifiutate. Perciò si potrebbe dire che il Male sia il Bene in oncognito Nonostante il fascino del desiderio nel momento della passione, il trasgressore si rende conto, magari a distanza di tempo, che quello che ha abbarcciato non era altro che un emissario dil re-Dio inviato al solo scopo di essere rifiutato. Questo è il senso di “Il male non discende dal cielo”.
Alla stessa maniera adesso comprendiamo come il termine “molto buono” si può applicare all’inclinazione al Male. Rifiutando l’inclinazione al Male l’Uomo viene messo in condizione di raggiungere un livello spirituabile che in cielo è irraggiungibile perché lì esiste solo il Bene. Il Talmud aggiunge che questo è il desiderio del Satàn:
Rabbi Levi ha detto: “Sia il Satan che Peninah hanno entrambi una buona intenzione (come avversari). Satan, quando ha visto che Dio inntendeva favorire Giobbe ha detto “Non sia mai che Dio possa dimenticare l’amore di Abramo”. A proposito di Peninah è scritto ‘E la sua rivale le provocò dolore per farla arrabbiare”. Quando Rabbi Aha ben Jacob fece questo discorso a Papunia, il Satan venne e gli baciò i piedi. (Baba Bathra 16a)
Capiamo inoltre come sia distorta la nostra visione del mondo. Noi vediamo il Male come una realtà e non ci rendiamo conto che è un servo del re vestito a festa. Il Male in virtù del suo essere una “creazione” non esiste realmente nel palazzo del di Dio. Piuttosto è il risultato di un atto creativo e un giorno sarà annullato.

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CHI E’ IL SATAN?
Ma che cos’è l’inclinazione al Male? Il Talmud lo identifica con altri avversari ben noti:
Resh Lakish diceva: “Il Satan, l’inclinazione al Male e l’Angelo della Morte sono una cosa sola (Baba Bathra 16a).
Queste tre forze sono instillate nel mondo come un’azione di bilanciamento cosmico, al fine di dare all’Uomo la libertà di scelta. Il verso con cui abbiamo iniziatoThe verse which we began with “Ecco io ti do oggi la possibilità di una benedizione o una maledizione” ha senso solo se l’Uomo ha libertà di scelta.

L’inclinazione al Male non necessariamente lavora per spingere l’Uomo a compiere delle cattive azioni: ogni azione che allontana l’Uomo da Dio è ben vista dall’inclinazione al Male. Inoltre, a volte, le scelte che l’Uomo deve affrontare sono entrambe positive ma una delle due porta l’Uomo più vicino a Dio dell’altra. In casi come questi inclinazione al male è particolarmente insidiosa perché si può essere incerti nel riconoscere l’azione giusta, allora la cosa da fare sempre è domandarsi prorpio quale delle due ci avvicina di più a Dio. Il Talmud esprime sinteticamente il concetto:
Se dio ha creato ‘inclinazione al Male ha creato anche la Torà che è il suo antidoto. (Baba Bathra 16a)
La Toraà è la sola fonte oggettiva che abbiamo che ci obbliga a seguire l’inclinazione al Bene. Seguendo le sue regole, le sue leggi, la sua morale e il suo sitema di priorità diventiamo capaci di definire il Bene e il Male e per questo saper scegliere tra giusto e sbagliato. Ci sono spesso situazioni che sembrano ricadere in un’area grigia ed è proprio in questi casi che dobbiamo ricorrere alla Torà per stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Adesso possiamo tornare alla nostra parashà. Una delle attrazioni più forti esercitate dall’idolatria consisteva nella possibilità di un culto locale, “sotto ogni albero rigoglioso di foglie” (Deut. 12:2). La motivazione di un culto di questo tipo era nella gratificazione immediata come risultato della venerazione dei propri desideri e non di Dio. Possiamo facilmente comprendere come le persone dedite all’idolatria ingannassero se stesse convinte di servire Dio qui e ora.
La Torà invece chiama l’Uomo a praticare una religione centralizzata con la sua capitale spirituale in un luogo stabilito (Deut. 12:5). In questo modo sarebbe stato obbligato a oggettivare la sua pratica religiosa sottraendola alla realtà degli istinti.
Come poteva sapere l’Uomo, che si sentiva ardere dal bisogno di avvicinarsi a Dio, se il suo desiderio emnava da un luogo di santità o di autodistruzione? L’unica risposta possibile è riferirsi alle regole stabilite nella Torà.

Se il “profeta” incoraggia pratiche estranee alla Torà, deve essere messo a morte.

Come possiamo, in quanto individui, se una persona apparentemente santa lo è realmente, se è un falso profeta o un ciarlatano? Ancora, il sistema oggettivo è la Torah: se il “profeta” incoraggia pratiche estranee alla Torà, deve essere giustiziato.
A volte, però, la questione non è bianca o nera come ci piacerebbe. una volta realizzato che l’inclinazione al Male cerca di corromperci con argomenti ed esperienze che non sono intrnisecamente, oggettivsmente malvagie ma che, semplicemente, non sono il modo migliore per mettersi in relazione con Dio, allora siamo pronti a combattere questa lotta spirituale.
In definitiva l’inclinazione al Male porta all’autoinganno e alla distruzione. La scelta tra la vita e la morte è il risultato della battaglia, ma molto più spesso la battaglia si combatte in ambiti più innocui. Il popolo, entrando nella terra si sarebbe armato spiritualmente per le battaglie che sarebbero seguite solo se consapevole del fatto che la battaglia che li aspettava si sarebbe svolta sul campo spirituale, e il popolo era armato della capacità di vincere:

‘Ecco ho messo davanti a te oggi vita e bene e morte e male… Chiamo a testimoni il cielo e la terra contro di te, vita e morte ti ho messo di fronte, la benedizione e la maledizione – scegliete la vita affinché voi e i vostri figli possiate vivere! (Deut. 30:19)

Concludendo, scegliamo la vita, l’Albero della Vita – le parole del Dio Vivente – scegliamo la vita!

 
21 lug
Postato da: UP

come un amante timido

(1)

biglietto mod
potete immaginare la sorpresa. stava tutto ripiegato nella tasca del portaricevute, nascosto che faceva appena appena capolino, un bigliettino con un messaggio d’amore. provocato magari dalle foglie croccanti di un carciofo alla giudia, dal profumo dei pezzetti fritti, dalla morbidezza del baccalà a cipolla e pomodoro o dalla dolcezza della torta di ricotta e marmellata di albicocche fatta in casa.

ma quello che queste tre ragazze americane sembrano aver vissuto è proprio una “experience”, come la definiscono loro stesse. un’esperienza vera e diretta del ghetto di roma, della cucina giudaico-romanesca e della ospitalità kosher. è questo che verosimilmente le ha sedotte, che le ha decise a osare, a lasciare questa furtiva dichiarazione d’affetto e riconoscenza. sapendo che se e quando qualcuno avesse trovato il bigliettino, loro sarebbero state già lontane.

michelle, kelly e collen: grazie.

 
06 lug
Postato da: UP

how to open a new book

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mica possiamo sempre parlare di roba da mangiare, di ristoranti del ghetto di roma, di carciofi alla giudia, di jewish artichokes, di kosher, di cuicina giudaico romanesca, di ghetto, di restaurante e ristoranti al portico d’ottavia…

per vedere meglio l’immagine.

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