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I tipici piatti della tradizione sono preparati al momento con ingredienti di stagione secondo gli insegnamenti dei trisavoli: carciofi alla giudia, pezzetti fritti, aliciotti con l’indivia, baccalà a cipolla e pomodoro, tagliolini cicoria e bottarga, carbonara di zucchine, spinaci con pinoli e uvetta. Ma Nonna Betta, è anche una figura simbolo che vive e si nutre di contaminazioni culturali.
Non ci si deve perciò sorprendere di fronte a Gamil, il cuoco egiziano, un cristiano ortodosso copto, che la sa molto lunga dopo 25 anni di attività culinaria trascorsi con gli ebrei romani, notoriamente esigentissimi a tavola. Ecco perché accanto alle classiche preparazioni giudaico-romanesche, Nonna Betta – Cucina Kosher offre anche specialità mediorientali, eseguite perfettamente, come il couscous di pesce e vegetale o il falafel.
La storia però non finisce qui. Tante sorprese e gustosi inediti che nascono da questo “incontro di civiltà” ci riserva la cucina di Nonna Betta. Intanto godetevi i primi risultati di questa contaminazione: gli straccetti di tonno con carciofi o quelli con la tehina, la polpetta di pesce al cumino o le alicette con il humus.
GERUSALEMME – C’era una volta la sindrome di Gerusalemme. Quella lieve forma di pazzia che colpiva, e ogni tanto colpisce, duecento pellegrini l’anno: europei, americani schiacciati dall’emozione di visitare la Città Santa, convinti d’essere personaggi biblici, tenuti qualche ora in osservazione in una clinica della periferia ovest e poi rimpatriati, non appena la smettono di sentirsi Sansone che abbatte le mura o la Vergine che cerca il Figlio. La letteratura medica ora s’arricchisce: all’Herzog Hospital, sempre a Gerusalemme, gli psichiatri hanno individuato e pubblicato su una rivista scientifica la loro ricerca sulla «sindrome da preghiera compulsiva». Una forma d’ossessione che prende seminaristi di collegi rabbinici, ma anche musulmani delle madrasse, troppo impegnati nella recitazione della prece quotidiana.
LA MALATTIA – Il fenomeno spunta qui, nella città che negli ultimi quindici anni ha cambiato pelle, dove gli ultraortodossi sono passati dal 5% al 35% della popolazione: gente che si fa un obbligo dell’osservanza, fin nei minimi dettagli, di pratiche e precetti. «In questo mondo – spiega la psichiatra Margarit Ben-Or –, si può creare una certa confusione tra zelo eccessivo e disturbo mentale». Ecco dunque il caso del fedele che ripete più volte la stessa preghiera, per paura di non averla recitata con la dovuta convinzione. O di chi va in bagno anche decine di volte, per lavarsi e purificarsi. O degli ebrei che passano il tempo a sistemarsi i tefillin, i lacci di cuoio nero che devono essere allacciati al braccio e alla testa. Il professor David Greenberg e il dottor Avigdor Buncik seguono al momento tre casi che definiscono «interessanti». Uno riguarda un ragazzo di 18 anni: «Questi pazienti sono ossessionati da domande che ripetono: ‘Ho
avuto pensieri eretici?’, oppure ‘Dio è soddisfatto di come prego?’». L’équipe è in collegamento con un collega egiziano, il professor Ahmed Okasha, che al Cairo sta conducendo una ricerca parallela: «Ci sono musulmani – racconta Okasha – che mostrano lo stesso tipo di disturbi: rileggono più volte la stessa pagina del Corano, temono di non inginocchiarsi correttamente, spostano di continuo il tappeto per paura di non essere esattamente diretti verso la Mecca».
LA CURA – All’Herzog Hospital, i malati di preghiera vengono curati in modo “omeopatico”, ovvero con la stessa cosa che li affligge: la religione. «Organizziamo colloqui sulla fede – spiega Greenberg – e cerchiamo di cambiare la loro prospettiva, per esempio rimuovendo la paura d’una punizione divina se non s’è pregato come si deve». Il problema per i medici, però, è che serve una preparazione teologica profonda, per affrontare discussioni con studiosi dell’ebraismo. «In effetti, dobbiamo essere pronti un po’ su tutto. Quando non ci arriviamo noi, ci facciamo aiutare da alcuni rabbini». E se nemmeno questo serve? In tutti gli ospedali del mondo, se il caso si fa disperato, il rimedio è sempre lo stesso: non ci resta che pregare.
Corriere della Sera – 26 febbraio 2009
- Jaakov e Esav, rispettivamente giacobbe e esaù, erano fratelli ed erano gemelli. esaù era il primogenito e viene descritto come un abile cacciatore (”abile con le parole, parole capaci di intrappolare…”) mentre giacobbe è un uomo semplice, integro, che abita nelle tende vale a dire che “studiava la torah”. un bel giorno esaù torna stanco dalla caccia, giacobbe è in casa che si prepara una minestra calda e il cacciatore gli chiede di dargliela. giacobbe si mostra disponibile ma vuole qualcosa in cambio: la primogenitura. esaù accetta la transazione affermando: “che me ne faccio della primogenitura se ogni giorno mi trovo faccia a faccia con la morte?” un’affermazione simile tradisce un sentimento, un atteggiamento nei confronti della vita che non si addice a un futuro capo del popolo. giacobbe acquista così la primogenitura. si trattava di una minestra “rossa” e si suppone fossero lenticchie. altrettanto racambolescamente giacobbe otterrà la benedizione dal padre isacco. ecco spiegata l’origine del famoso modo di dire “vendersi per un piatto di lenticchie”.
http://www.secondome.com/nonna-betta/
www.alizahausman.net/2009/02/world-in-my-stomach.html
www.rome-hotels.tripadvisor.com/RestaurantReview-g187791-d1145959-Reviews-NonnaBetta-RomeLazio.html
prova ricetta
Jaakov e Esav, rispettivamente giacobbe e esaù, erano fratelli ed erano gemelli. esaù era il primogenito e viene descritto come un abile cacciatore (”abile con le parole, parole capaci di intrappolare…”) mentre giacobbe è un uomo semplice, integro, che abita nelle tende vale a dire che “studiava la torah”. un bel giorno esaù torna stanco dalla caccia, giacobbe è in casa che si prepara una minestra calda e il cacciatore gli chiede di dargliela. giacobbe si mostra disponibile ma vuole qualcosa in cambio: la primogenitura. esaù accetta la transazione affermando: “che me ne faccio della primogenitura se ogni giorno mi trovo faccia a faccia con la morte?” un’affermazione simile tradisce un sentimento, un atteggiamento nei confronti della vita che non si addice a un futuro capo del popolo. giacobbe acquista così la primogenitura. si trattava di una minestra “rossa” e si suppone fossero lenticchie. altrettanto racambolescamente giacobbe otterrà la benedizione dal padre isacco. ecco spiegata l’origine del famoso modo di dire “vendersi per un piatto di lenticchie”.
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