24111_370368156526_244204026526_3853077_4731661_nGli ebrei sono presenti a Roma da più di duemila anni e le prime testimonianze risalgono addirittura al II secolo avanti l’Era Volgare. Nel 70, con l’arrivo degli schiavi portati da Tito a Roma dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme la comunità si ingrandì in modo considerevole. A questo periodo risalgono le catacombe ebraiche (due di loro sono ancora visitabili), e la sinagoga di Ostia Antica, l’unica rimasta delle diverse edificate in quel periodo.

Nel Medio Evo, sotto il governo papale, Roma fu sede di una importante accademia rabbinica, e la comunità ebraica poteva vantare grandi uomini di scienza e di cultura, capaci di mettere in comunicazione la cultura latina e quella islamica.

Nel 1492 la cacciata degli ebrei dalla Spagna favorì a Roma l’incontro fra due importanti ma diverse tradizioni, quella locale e quella iberica.

Gli anni successivi videro in Europa tensioni e lotte di religione, che portarono all’inasprirsi delle condizioni per gli ebrei di Roma.

Nel 1553 fu ordinato il rogo del libro più importante per la cultura ebraica: il Talmud. Da allora, e per oltre tre secoli, ne furono vietati il possesso e la lettura, e questo contribuì alla decadenza culturale dell’ebraismo romano.

Nel 1555 papa Paolo IV Carafa ordinò la chiusura di tutti gli ebrei dello Stato della Chiesa nel ghetto: un quartiere-prigione, nel quale gli ebrei erano obbligati a vivere, dopo aver perso i diritti civili. Non potevano avere proprietà immobiliari, scegliere il lavoro che volevano, avere rapporti di amicizia con i cristiani.

Il ghetto di Roma sorse sulle rive del Tevere, soggetto alle inondazioni  dovute allo straripamento del fiume. Al suo interno vissero fra le 3.000 e le 7.000 persone, a seconda dei periodi, fra mille difficoltà e con le continue minacce dei battesimi forzati.

Piccoli artigiani, rivenditori di generi usati e poveri, ma anche banchieri (fino al 1682) e imprenditori attivi nel commercio e nell’affitto di oggetti d’arte e di arredo, costituivano la popolazione del ghetto.

Nel ghetto erano aperte cinque sinagoghe o “scole”, a seconda dei luoghi di provenienza e del rito dei frequentatori: la Scola Tempio per gli ebrei locali, la Scola Nuova per quelli che venivano dai piccoli centri del Lazio, la Siciliana per gli ebrei profughi dall’Italia meridionale, la Catalana e la Castigliana per gli Spagnoli.

Nel 1870, con la soppressione dello Stato della Chiesa, Roma fu unita all’Italia e il ghetto venne aperto e poco dopo raso al suolo.

Per gli ebrei di Roma iniziò l’emancipazione, il cui risultato più visibile fu la costruzione del Tempio Maggiore, inaugurato nel 1904 sulla spianata dove un tempo era esistito il ghetto. Subito dopo furono distrutte anche le Cinque Scole.

Le leggi razziali fasciste interruppero nel 1938 questo periodo di tranquillità. Nel 1943 i Tedeschi entrarono in città, deportando 2.091 ebrei romani.

Nel dopoguerra la comunità si è risollevata con fatica da questi lutti. Nel 1967 con l’arrivo di numerosi profughi dalla Libia il numero degli ebrei di Roma è salito a circa 14.000 anime e da allora è rimasto stabile. Gli ebrei romani hanno sofferto il terribile attentato che nel 1982 costò la vita a un bimbo e provocò molti feriti, e hanno gioito nel 1986 per la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga. La Comunità Ebraica di Roma è oggi un organismo vitale e molto inserito nella vita cittadina.

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