
forse non tutti sanno che gli ebrei romani hanno anche un loro dialetto. il ghetto durante gli oltre 300 anni di emarginazione e separazione ha conservato oltre alla cucina kosher, con i carciofi alla giudia, i pezzetti fritti, gli aliciotti con l’indivia o la concia – tanto per fare qualche esempio – anche un suo idioma. il giudaico romanesco è fatto di parole ebraiche, pronunciate alla romanesca, e del romanesco che si parlava a roma prima del 1555, anno in cui papa paolo IV carafa, con la bolla “cum nimis absurdum”, erige le mura per rinchiuderci gli ebrei. perché è assurdo, secondo il papa, che gli ebrei colpevoli di deicidio vivano accanto ai cristiani. Inizia così il periodo più buio nella storia delgi ebrei romani. la letteratura giudaico romanesca è quasi inesistente e, in quelle condizioni di estrema povertà e disagio, ne possiamo immaginare le ragioni. ma esiste una raccolta di poesie scritte da crescenzo del monte (1868-1935), “il belli del ghetto” che, grazie a un gigantesco lavoro di recupero, ci restituisce le atmosfere, tra il tragico e l’ironico, del serraglio degli ebrei. mi propongo di pubblicare periodicamente qui i sonetti di crescenzo del monte che mi piacciono di più. l’attitudine ebraica è di cercare sempre qualcosa di buono anche nelle situazioni più negative e allora diciamo che la vita del ghetto sul tevere ha conservato i piatti di una tradizione millenaria e una parlata dal sapore antico, e questa è una cosa senz’altro positiva.
‘O ‘nvitato a pranzo
Magna, magna, Moscè, ‘un fa’ complimenti!
Beve! Sente sto vino d’ ‘ ii Castelli.
…Assaja sta pasticcia, è bona… E senti
sti ngkozzamòdde1… te’, pigliet’ ‘ii scèlli
…Magna co ‘i mani, stamo fra parenti!…
…Vardeme sta carciofela, chi belli
fogli ‘nnorati assaja. …E sti torzelli?
…Ché grèvi! Manco toccheno li denti.
…Te piace più caciotta o marzolina?
…’N altra récchia-d’Alànne! …un’altra frutta…
Bè, u’ mmicchierin de grappa: è sopraffina!
…Sgrùulla…! ‘Un te piglià cosa, rutta, rutta!
…E mo ‘a gioncata… Eh!? una cucchiarina!
Ma mette tutto jò, tanto se butta!
…Ché troppa! tutta, tutta.
Tanto mo, un bòn cafè… e un bòn chalòmme…
e domana va tutto pe macòmme
per delucidazioni scrivetemi: upavoncello@yahoo.com


potrebbe ricordarmi l’orgine del termine macòmme? grazie
Comment di matteo canale — novembre 30th, 2010 @ 07:40
makòm significa luogo. nell’ebraismo rappresenta uno dei nomi di dio che si trova in ogni luogo e quindi è il luogo per eccellenza. si dice che non è il mondo il luogo di dio ma che dio è il luogo del mondo, anche in virtù di una visione kabalistica secondo cui all’origine della creazione del mondo c’è lo zim zum, un ritirarsi di dio per fare spazio alla creazione e renderla possibile. nella torà i riferimenti al termine makòm hanno a che fare con la rivelazione di dio, come per giacobbe che, al risveglio dal sonno della scala con gli angeli che salivano e sendevano, esclama “in questo luogo c’era dio e io non lo sapevo”.
stranamente un termine così solenne in giudaico romanesco è diventato sinonimo di luogo appartato, riservato e per estensione il luogo nascosto alla vista dove ci si occupa delle proprie funzioni corporali. il detto più famoso è quello che riguarda la festa di purim – in cui si ricorda il fallito tentativo di annientamento fisico da parte dei persiani del re assuero e del suo ministro aman – caratterizzata tra l’altro dall’obbligo di fare un banchetto, di mangiare e bere. la conseguenza di un tale ingestione di cibo faceva dire agli ebrei romani “rallegrate macòmme che ecco purimme”.
Comment di UP — dicembre 20th, 2010 @ 08:55