la pastella, la più leggera, la più fluida e densamente sensuale, aspetta serena i suoi piccoli spasimanti, bambini e bambine che si tuffano a candela. affondano che sono pallidi come il primo giorno di vacanza e riemergono con una meravigliosa e scintillante carnagione dorata, orgogliosi di essere vegetali. quando sono in bocca, lo stesso rumore di ramo calpestato ed ecco che.
ad uno ad uno i pomodori si separano dalla loro dolce metà con un taglio netto come quello che si dà a una vita precedente. sulla loro parte intima finalmente svelata si lanciano il sale e il pepe come su carne viva. l’olio buono scende legato a un filo e dopo aver riempito i più misteriosi e reconditi interstizi, tracimando trascina con sé rivoletti di succo condito sul fondo della teglia. e poi in forno. il pane fatto in casa è un compagno ideale ma è difficile smettere.
fresco fresco il tonno si sfilaccia per incipriarsi di cumino e insaporirsi di sale. mani avvezze compattano la materia con gesti rapidi e perentori. prima di rivestirsi di giallo dell’uovo che catturerà la granulosità del pangrattato, la polpetta sembra non temere il calore dell’olio bollente che le darà quella crosticina croccante e dorata.
c’è l’amaro della cicoria, c’è l’amaro della bottarga, c’è il verde scuro e c’è l’arancio. c’è la mano ispirata di un cuoco che trasmette vibrazioni anche al fuoco che cuoce là sotto. la verdura e le uova affumicate di muggine si ritrovano insieme come nell’incontro piacevole e casuale di persone in vacanza. prima di servire una benefica pioggia di bottarga a crudo come una manna che cade dal cielo.
alici, le femmine pienotte perdono la testa ma per forza e carattere si offrono al maschile perché lei, l’indivia, è femmina. e allora si mettono uno sopra all’altra e ancora e poi ancora, genuine e semplici sovrapposizioni del gusto. lei che nella lotta e nel caldo si sfinisce, ogni tanto deve uscire ad asciugarsi per poi tornare dentro. fino alla fine. avvinghiati l’uno all’altra escono dal forno così, tutti scarruffati e abbrustoliti, senza vergognarsi. ne senti il profumo e gli occhi si chiudono in mugolii di desiderio e di piacere.
al suono delle prime foglie che si spezzano con un rumore secco segue il fruscio delle altre che volano via dal coltellino appuntito mentre il carciofo gira vorticosamente su se stesso e la lama disegna una spirale che elimina l’eliminabile. da questo movimento antico di secoli esce fuori un bocciolo di rosa che si bagna una prima volta nell’olio caldo e una seconda nell’olio bollente. riemerge bellissimo e dorato un fiore sbocciato dalle foglie sensibili alle quali è difficile rimanere insensibili.
sottili sottili veloci veloci le romanesche dentellate si adagiano naturalmente sul fianco una sull’altra. leggermente obliquo è il riposo delle zucchine ad asciugare e, al risveglio, si tuffano nell’olio bollente per la frittura che le renderà croccanti e asciutte. poi l’olio extravergine d’oliva, l’aglio e il prezzemolo faranno festa intorno a loro delicatamente euforici a causa di una provvidenziale spruzzata d’aceto.
il tonno fresco solo di pregiatissima pinna gialla si confonde tra le foglie croccanti del carciofo dopo una danza frenetica e veloce che li ha fatti girare nella padella fino a perdersi l’uno nell’altra. la salsina che resta sul fondo del piatto è un’istigazione alla scarpetta.
l’acqua di cottura del classico cacio e pepe si ammanta dell’amarognolo che le conferisce la cicoria. la pasta cuoce laddove la verdura si lessa e calcolando i tempi arrivano insieme all’appuntamento con il cacio e il pepe. delizia per il palato che sollecita immediati tentativi d’imitazione casalinghi.

