22 giu

vedere voci

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Secondo un midrash le pietre su cui sono stati scritti i dieci comandamenti misuravano sei tefachim: due tefachim sono nelle mani di dio, due in mano a Moscè e due tefachim stanno in mezzo e sono vuoti.

In questo spazio vuoto si colloca l’interpretazione umana del testo.

Per spiegare l’espressione “videro le voci” – roym et koloth – i saggi spiegano che Moscè ricevette la totalità della Torà sul Sinai, tutto: “dai dieci comandamenti alle domande che lo studente precoce farà commentando di fronte al suo maestro tra qualche millennio, nel futuro”.

Secondo questa lettura le parole incomprensibili di dio, nei dieci comandamenti, sono non solo le dieci diberot (espressioni, parlate) che l’onnipotente pronuncia in un’unica emissione di voce, ma anche le 613 mizvot (precetti) che in essi sono contenuti.

E questo ammontare di informazioni non possono essere certo assimilate in una sola volta, in termini di quantità e sostanza, da un comune essere umano. Questo spiega l’incapacità di “ascoltare” sostituita dalla facoltà di “vedere”.

Allora la domanda è: che senso ha una rivelazione della torà che il popolo non può aver sentito né compreso?

L’impossibilita’ di comprendere le parole che dio pronuncia tutte insieme crea la necessita’ di ritornare al testo e sul testo. La relazione che l’esegeta mistico, in particolare, ha con il testo si risolve nel tentativo di riuscire a “vedere” dio ancora una volta nello stesso modo in cui è stato visto durante l’evento della rivelazione.

Dal punto di vista dello Zohar, l’esperienza visionaria è un veicolo per l’interpretazione e viceversa.

L’invisibilità della parola di dio prende dunque corpo nell’oscurità, nella nuvola, nella spessa nebbia descritti nel verso, quali mezzi fisici che le consentono di essere percepita da un occhio umano. Gli ebrei sul monte Sinai furono illuminati dalla luce sovrannaturale di dio.

Rabbì Jose sostiene che queste voci, il contenuto di questa visione, non erano altro che le Sefirot, lo splendore multiforme della sua potenza, in sostanza quello che videro effettivamente fu qualcosa la cui natura ha a che fare con la “luminosità”.

Rabbì Eleazar dà una spiegazione leggermente diversa seppur legata a quella di Rabbì Jose.

Anche per Rabbì Eleazar le voci si riferiscono alle Sefirot ma la visione di queste voci era mediata dalla Shekhinà, l’ultima delle Sefirot. Questa interpretazione si appoggia sull’uso della particella accusativa “et” presente nel testo.

Nello Zohar “et” è il simbolo mistico che allude all’ultimo livello, il completamento della parola di dio, perché la parola “et” contiene la prima e l’ultima consonante dell’alfabeto ebraico.

Dov’è adesso la luce che dio nascose agli occhi di Adam ah rishòn, il primo uomo?

I maestri rispondono:

“La Luce è stata nascosta nella Torà”.
L’espressione “Or haTorà” (Luce della Torà) ha un preciso valore numerico – 823 – che corrisponde a “Otiot” (Lettere) anch’essa equivalente a 823.

La Torà è fatta dalle lettere ebraiche. Dunque, la luce che in essa è celata è, necessariamente, connessa alle lettere. Da questa equivalenza possiamo comprendere l’enorme importanza che le lettere rivestono per la mistica ebraica. La meditazione e lo studio su di esse riporta a contatto con la luce che emana dal volto del Santo, benedetto Egli sia.

Le lettere riportano a contatto con l’Albero della Vita, ci ricollocano nel giardino di Eden, permettono alla coscienza umana di assaporare nuovamente il gusto dell’immortalità perduta e infondono un “ruach acheret”, un “altro spirito”:

“Otiot” (Lettere) = 823 = “Ruach acheret” (Altro spirito – Num 14,24) = 823

La luce è stata nascosta nella Torà di Moscè, il quale ricevette il testo sacro direttamente dalla parola di dio sul monte Sinai. La rivelazione della Torà fu di tale portata che ebbe ripercussioni anche sul piano fisico, tanto che, come narra la Torà, il volto del patriarca irradiava luce.

Il popolo e i familiari di Moscè avevano timore nel vedere il volto del patriarca brillare di una luce così sovrannaturale, tanto che egli dovette coprirsi la faccia con un velo per non spaventare le persone con cui veniva a contatto.

La ghematria ci informa su come l’episodio del velo di Moscè sia da porre in relazione alla “Luce della Torà”:

“E pose sulla sua faccia un velo” (Es.34,33) = 823 “Or haTorà” = 823

La “luce della Torà”, nascosta “dietro” le lettere ebraiche, illumina la coscienza dell’essere umano che viene a contatto con essa.

Lo studio della Torà, la relazione col testo, con le lettere del testo, è quindi il tentativo, l’aspirazione umana a mettersi in contatto con il divino; è la sola opportunità che abbiamo di assistere di nuovo e per la prima volta alla rivelazione del Sinai.

È la possibilità di “vedere le voci” che, in ogni lettera, il testo della torà ci sussurra.

03 giu

il fattore k

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kosher

kosher – kasher in ebraico – letteralmente significa “idoneo”, “adatto”, “consentito”. ma il termine non si applica solo ai ristoranti del ghetto o al carciofo alla giudìa. in questa categoria troviamo tutto quello che rientra nelle regole stabilite dalla religione ebraica riguardo alle cose da mangiare e da bere. in alcuni casi si applica anche a certi tessuti, che non sono kasher se contengono una mescolanza di fibre di origine vegetale e animale, e in quanto tali, è proibito indossarli (si dice schaanetz di un tessuto fatto per esempio di lana e lino). anche alcuni oggetti che appartengono alla ritualità – il tallet (lo scialle con le frange che indossano gli uomini) o i tefillin (filatteri che si legano al braccio e sulla fronte, al mattino, durante la preghiera) possono avere dei difetti o essersi rovinati e non essere quindi piu’ kasher/idonei, cioè adoperabili.

per estensione kasher si dice di una persona su cui poter contare, una persona amica e affidabile che non riserva sorprese.

non sapevo invece che il termine è entrato in uso anche nel mondo informatico. è ormai diventata una consuetudine linguistica diffusa internazionalmente definire kosher un programma, un software o un plug-in che ha superato tutti i test senza entrare in conflitto col resto. kosher, in questo caso, certifica quindi la compatibilità con un determinato sistema.

sarebbe bello immaginare un’applicazione per i-phone in grado di certificare la compatibilità tra un uomo e una donna che desiderano sposarsi o, ancora meglio, tra politici che intendono stabilire alleanze in vista di un futuro governo.