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fa un certo effetto vedere riprodotto l’originale dell’editto d’espulsione dal regno di spagna con cui nel 1492 furono espulsi da 150.000 a 200.000 ebrei. La conquista spagnola del Regno di Napoli, nel 1504, segnò la fine delle comunità ebraiche dell’Italia meridionale, anch’esse costrette a scegliere tra esilio e nascondimento nel marranesimo. in molti vennero a roma, non senza difficolta per gli ebrei romani che dovettero accoglierli, e vi si stabilirono. nell’edificio in cui per volontà del papa furono forzatamene accorpate e riunite tutte le sinagoghe del ghetto, ben tre “scole” su cinque erano di origine iberica: la scola spagnola propriamente detta, la catalana e l’aragonese. le altre due erano quella tedesca e quella italiana. questa proporzione dà un’idea del peso degli ebrei spagnoli e di quelli provenienti dal sud d’italia nella comunità di roma.

un ospite, qui da nonna betta, sul suo conto trova, naturalmente, il carpaccio di salmone e il carpaccio di carciofi con cui aveva soddisfatto il suo palato. si sofferma e prova a leggere – è uno straniero – e non senza difficoltà, dopo alcune ripetizioni, riesce a pronunciare la parola in modo corretto. per la prima volta la parola mi risuona nella testa fino a perdere significato come succede sempre quando si ripete una parola all’infinito. allora mi sono chiesto che significato o origine avesse questo termine e ho trovato questo.
Il carpaccio, piatto a base di carne cruda, fu inventato a Venezia in onore del pittore Vittore Carpaccio nel periodo di una mostra a lui dedicata svoltasi nel 1963. [1][2]
Si deve la sua invenzione a Giuseppe Cipriani,[3] fondatore dell’Harry’s Bar,[4] che lo creò appositamente per l’amica, contessa Amalia Nani Mocenigo,[5] quando seppe che i medici le avevano vietato la carne cotta. Questi, ispiratosi a Vittore Carpaccio – il pittore veneziano ricordato anche per le tonalità dei suoi rossi e bianchi – inventò il piatto che tutti conoscono appunto come “carpaccio”.

