30 apr

pezzetti fritti

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la pastella, la più leggera, la più fluida e densamente sensuale, aspetta serena i suoi piccoli spasimanti, bambini e bambine che si tuffano a candela. affondano che sono pallidi come il primo giorno di vacanza e riemergono con una meravigliosa e scintillante carnagione dorata, orgogliosi di essere vegetali. quando sono in bocca, lo stesso rumore di ramo calpestato ed ecco che.

28 apr

la terza volta di secondome.com

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http://www.secondome.com/nonna-betta/
Author: SecondoMe
Comment:
(tanto per aggiornarvi, ci sono stato ieri e tra le altre cose ho mangiato un carciofo alla giudìa squisito, croccante e per nulla unto, e una parmigiana di carciofi a dir poco favolosa, la consiglio di cuore a tutti!

16 apr

pomodori a mezzo

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ad uno ad uno i pomodori si separano dalla loro dolce metà con un taglio netto come quello che si dà a una vita precedente. sulla loro parte intima finalmente svelata si lanciano il sale e il pepe come su carne viva. l’olio buono scende legato a un filo e dopo aver riempito i più misteriosi e reconditi interstizi, tracimando trascina con sé rivoletti di succo condito sul fondo della teglia. e poi in forno. il pane fatto in casa è un compagno ideale ma è difficile smettere.

15 apr

ariecchelo!

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“ariecchelo!” urlavano i bambini del ghetto quando, finito pesach, correvano per le vie con una ciriola infilzata in un bastone.

immaginatemi così: ariecco nonna betta! (domani sera riapriamo).

06 apr

Singing the Exodus Story

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My coming of age as a Jew, and, I imagine, yours as well, has a musical score, composed of various styles of our choosing. We choose the Jewish music we sing at home, in our congregations and around our Passover tables, at our happiest simchas (joyous occasions) and in our most difficult moments. Kay Kaufman Shelemay, an ethnomusicologist at Harvard, calls this scripting: By embracing and rejecting various styles of music, we actively shape our Jewish identity.

For many of us, the African-American spiritual “Let My People Go” is part of the soundscape of Passover Seders. This invented tradition is hardly new: many of us have sung “Go down Moses, way down in Egypt land” at Seders for more than forty years. How did this come to be? And, even more importantly, what does this musical choice teach us about the process of making the Seder experience relevant—to contemporary Jews—through music?

Historically, the inclusion of “Let My People Go” is connected with the Jewish commitment to the civil rights movement. The song was included in Arthur Waskow’s Freedom Seder (1969), which made use of an innovative haggadah that explicitly linked (through readings and songs) the Exodus fable with the struggle for civil rights. (A video of the original Seder was recently posted on YouTube.) But  this was not the first time Jews connected the struggles of blacks in America with the story of Jewish slavery in Egypt. As ethnomusicologists Judah Cohen and Marion Jacobs have pointed out, left wing Jews of the 1920s held “third” Seders that included African-American spirituals as a way to underscore the contemporary relevance of Passover’s message of liberation. 

When black slaves sang about the Exodus from Egypt, they were singing about their own struggles—in coded form. These spirituals could pass as worship and bible study, which slave masters were unlikely to interpret as incendiary. The Fisk Jubilee Singers, students at Fisk College who were emancipated slaves, performed and published this spiritual in the 1870s. Paul Robeson, the prominent actor, singer, and social activist, brought the song to a wider audience in the 1950s. For Jews active in the civil rights movement, the lyrics (“Go down Moses, way down in Egypt land/ tell old Pharaoh, Let my people go”) fit seamlessly into the Seder. And we loved the soulful music. Coming of age during the folk revival of the 1950s and 1960s, our tastes in popular music were shaped by African-American music—gospel, the blues, rock and roll. 

When I was growing up, I had many reasons for thinking that our Jewish community and the African-American community shared a kinship, and a common plight. (This was reinforced by my experience traveling in the deep South in the early 1960s and seeing signs on hotels, bathrooms and drinking fountains that “Blacks and Jews”—and I am prettifying the language here—were not welcome.) Common experiences of slavery and persecution were underscored by my family’s Holocaust stories. Even as I enjoyed white privilege, for years I maintained (incorrectly) that I wasn’t white; I was Jewish.

When I was 14, and my Jewish youth group advisors were driving to Mississippi in a beat-up Volkswagen bus for voter registration drives and to march on Washington, songs of the civil-rights struggle signified the core values that brought me into Jewish life: a passion for social justice, courage to take a stand and a belief that our tradition was actively committed to social change. Everything about my experience told me that “Let my People Go,” “Follow the Drinking Gourd,” “Oh, Freedom” and “We Shall Overcome” were part of my Jewish soundscape—“Hey Mary, don’t you weep, don’t you moan. Pharaoh’s army got drownded” has been part of our Seder for 30 years. True, the song has required certain textual emendations: Mary has been “returned” to Miriam, excising Christological references. To return to “Let My People Go,” it’s difficult to define what constitutes Jewish music. I generally favor the definition offered by ethnomusicologist Kurt Sachs, who said that Jewish music is music made forJews, by Jews, as Jews. Of course, part of the answer here is that the American Jewish experience is essentially an American experience, a truth underscored by historian Jonathan Sarna in his book,American Judaism (2004, Yale University Press). From my experience singing African-American spirituals at our Seders, I believe that passionate music, sung with purpose, from many traditions, has a place in our broader lives. We don’t have to include every moving piece of music, but if we want to deepen the music that flows out of us, we must listen, and sing, expansively. Music is energy and whatever comes in will find a way out, filtered through our own expression and experience. Ultimately, I think it’s less productive to put up walls and declare, “That music isn’t Jewish!” than to open ourselves up, asking instead, “How does this music move my heart as a Jew?”  

 

Jeffrey A. Summit is Associate Professor of Music at Tufts University, where he also serves as rabbi and Neubauer Executive Director of Tufts Hillel. He compiled and produced the CD “Abayudaya: Music From the Jewish People of Uganda” (Smithsonian Folkways Recordings), which was nominated for a Grammy Award.
05 apr

La shechità oggi

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di Paolo Pozzi – Veterinario

Da migliaia d’anni la shechità regola, in modo minuzioso, l’uccisione degli animali destinati all’alimentazione kashèr. Lashechità è a sua volta inquadrata in un sistema di regole o, se volete, in una “catena” di attività che parte dalla scelta dell’animale (cosa è permesso e cosa è proibito), continua con la verifica della sua sanità e integrità prima della shechitàstessa; continua ancora con un’accurata ispezione (bedikà o “ispezione – controllo”) delle carni dopo la shechità; la loro pulitura (nikkùr) dalle parti non ammesse al consumo (alcuni tipi di grasso e di organi; nervo sciatico, ecc.); termina con la loro lavatura e salatura allo scopo di eliminare la maggior quantità possibile di sangue.

L’importanza della shechità
Laddove esistono Comunità ebraiche nel mondo, queste si organizzano per poter produrre carne kashèr tramite lashechità. La shechità è talmente fondamentale nel mantenimento dell’identità ebraica del singolo, della famiglia e della Comunità, che dove non la si possa praticare, non si esita a importare carne kashèr e, dove mancasse lo shochèt, non si esita egualmente a far venire questo operatore da altre Comunità o da Israele stesso, come avviene oggi a Milano. Ma non tutti i paesi dove troviamo Comunità ebraiche permettono la shechità: vediamo il perché.

La legislazione civile
Limitando il nostro discorso ai paesi occidentali e in particolare ai paesi europei (comunitari e non), bisogna comprendere, come premessa, che la macellazione degli animali è strettamente regolata dalla legge (specifica per i vari paesi e/o dell’Europa comunitaria). La legislazione “civile” ha come compito principale di garantire la sanità delle carni per il consumatore e oltre a questo di assicurare agli animali da macello una morte il più rapida e più indolore possibile. La cultura non ebraica ha elaborato e reso operativo il concetto di “evitare inutili sofferenze” attraverso un processo tecnico chiamato “stordimento” dell’animale.

In pratica, prima che l’animale venga ucciso, esso viene “stordito” in modo da non accusare dolore al successivo momento dell’uccisione vera e propria (in ogni caso tramite il taglio dei grossi vasi sanguigni del collo). Lo “stordimento” può essere praticato, per legge, nei seguenti modi:

• Tramite una scarica di corrente elettrica;
• Con l’inalazione di CO2 attraverso il passaggio in un “tunnel” a elevata concentrazione di CO2; 
• Lo sparo di un proiettile particolare sulla fronte dell’animale.

Tali pratiche, secondo la legge, assicurano uno stato di incoscienza all’animale durante la recisione dei vasi sanguigni del collo, ma sono in contrasto con le regole della shechità, che deve essere l’unica causa di morte dell’animale.

La macellazione rituale
In parecchi paesi, europei e non, le varie legislazioni nazionali hanno recepito il concetto di “macellazione rituale” (prevalentemente ebraica e islamica) permettendo tale tipo di macellazione senza stordimento e come “deroga” alla legi-slazione comune, riconoscendone un valore sia di tipo culturale (come poi vedremo), sia sostanzialmente in linea con il concetto di “evitare inutili sofferenze” all’animale.

Ma com’è possibile che la shechità risponda al requisito di “evitare inutili sofferenze” anche senza lo “stordimento”? Per rispondere a questa domanda bisogna riflettere su un paio di concetti di fisiologia e di anatomia.

Come la shechità evita sofferenze inutili?
La sensazione del dolore è “elaborata” dal sistema nervoso centrale (il cervello): l’informazione relativa a un danno subito risale le fibre nervose e una volta giunta al cervello viene recepita come “dolore”.

Il cervello è un organo estremamente delicato, che per la sua funzionalità necessita di una grande quantità di zuccheri e di ossigeno, quest’ultimo assicurato da una massiccia irrorazione ematica sostenuta da due grosse arterie che origi-nano quasi direttamente dal cuore sinistro, ciò per assicurare il massimo tenore in ossigeno e la giusta pressione per spingere il sangue “in avanti” e “in alto”: le carotidi.

L’arresto della circolazione carotidea provoca un pressoché istantaneo blocco dell’afflusso di sangue e quindi di ossigeno al cervello. Il cervello ne risente in tempo reale, entrando pressoché immediatamente in uno stato di incoscienza. Se il blocco permane, dall’incoscienza si scivola nella morte. La shechità comporta la contemporanea recisione delle carotidi e delle giugulari (che riportano il sangue dal cervello al cuore), oltre che, incidentalmente, anche della trachea e dell’esofago. Ciò è assicurato da tre particolarità tecniche: lunghezza e altezza della lama del coltello, calcolate in modo da recidere contemporaneamente carotidi e giugulari; ed estrema affilatura della lama per facilitare il taglio.

Durante la shechità avviene dunque che, con un unico gesto, le carotidi siano recise, l’afflusso di sangue al cervello venga a mancare e l’animale entri in uno stato di incoscienza pressoché istantanea. In questa situazione la percezione del dolore, dovuta al taglio stesso, di fatto scompare e l’animale risulta insensibile.

La continua perdita di sangue dal taglio comporterà la morte per dissanguamento, come comunque avviene anche per la macellazione non ebraica e dopo lo stordimento.

Il divieto di shechità
In alcuni paesi europei (Svizzera, Svezia, Norvegia, Islanda, Liechtenstein) vige una legislazione che vieta le macellazioni senza stordimento e quindi anche la shechità. Vuol dire che non viene riconosciuto che la shechità, come sopra descritta, effettivamente non induca “inutili sofferenze” all’animale. Va sottolineato che si tratta di legislazioni relativamente vecchie (in alcuni casi risalenti a fine ‘800) o risalenti ad anni “sospetti” (anni ’30, periodo delle persecuzioni razziali) e rielaborate, che non possono non far pensare a ben altre misure restrittive e discriminatorie (basti pensare come tra i primissimi atti legislativi della Germania nazista ci fu l’abolizione della shechità già nel 1933 e come, con i nazisti sull’uscio di casa, il parlamento polacco nell’agosto 1939 si baloccasse legiferando sull’abolizione della shechità in Polonia!)

D’altra parte va sottolineata la mancanza di studi scientifici volti a verificare la maggiore o minore “sofferenza” dell’animale macellato con stordimento o senza stordimento ma con shechità. Questa materia, quindi, è estremamente controversa e manca di un preciso punto di riferimento su cosa sia “doloroso” o “non doloroso” o, addirittura, “più doloroso” o “meno doloroso”! Pur in assenza di precisi parametri di riferimento, assistiamo oggi a nuove prese di posizione contrarie alle “macellazioni senza stordimento”.

A ciò hanno contribuito due fattori, ben distinti: il progressivo estendersi della macellazione islamica (tecnicamente assai meno rigorosa della shechità) che ha reso “più evidente” questo tipo di macellazione; e una certa volontà politica di accomunare e unificare in un tutt’uno shechità e macellazione islamica, senza cognizione di causa e spesso senza alcun background tecnico. Il più delle volte senza aver mai assistito ad una shechità, visto che questa si svolge solo a Milano e a Roma, per un paio di giorni a settimana.

Legge e politica
Il sospetto di un coinvolgimento politico nasce dal fatto che, periodicamente, siano formazioni politiche d’estrema sinistra, d’estrema destra o leghiste a sollevare il problema. Ciò peraltro avviene senza che ci sia alcun commento o azione rilevante riguardo alle condizioni d’allevamento e di trasporto degli animali (ovvero i settori economicamente importanti, che provocherebbero un’immediata levata di scudi e rapidi riorientamenti politici), oppure dimostrando ampia tolleranza verso le cosiddette “macellazioni rurali” comunemente praticate in campagna su polli, tacchini, conigli, maiali, agnelli e capretti e, in casi particolari, asini e cavalli. Queste “macellazioni rurali” infatti, in termini di animali macellati, superano certamente di gran lunga le scarse esigenze della shechità italiana, europea e, forse, addirittura mondiale.

Relativamente alla shechità dobbiamo ritenere e far valere alcuni concetti fondamentali:

• Fa parte del nostro retaggio culturale plurimillenario e della nostra libertà reli-giosa.
• È “filosoficamente” e tecnicamente realizzata in modo da non causare sofferenza all’animale.
• Obbiettivamente non è stato dimostrato che sia causa di una “maggior sofferenza” rispetto alle macellazioni non ebraiche.
• Obbiettivamente non è stato dimostrato che sia causa di “particolare sofferenza” nell’animale; ciò in considerazione della rapidità dell’operazione e della complessità dei meccanismi fisiologici ed anatomici coinvolti.
• Gli attacchi alla shechità, guarda caso, si sono dimostrati particolarmente virulenti in determinate e tristi epoche e/o da determinati e tristi figuri politici.

Sta a noi difendere le nostre ragioni e dimostrare la correttezza delle nostre azioni.

Paolo Pozzi – Veterinario

04 apr

polpetta di tonno al cumino

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fresco fresco il tonno si sfilaccia per incipriarsi di cumino e insaporirsi di sale. mani avvezze compattano la materia con gesti rapidi e perentori. prima di rivestirsi di giallo dell’uovo che catturerà la granulosità del pangrattato, la polpetta sembra non temere il calore dell’olio bollente che le darà quella crosticina croccante e dorata.

01 apr

tagliolini cicoria e bottarga

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c’è l’amaro della cicoria, c’è l’amaro della bottarga, c’è il verde scuro e c’è l’arancio. c’è la mano ispirata di un cuoco che trasmette vibrazioni anche al fuoco che cuoce là sotto. la verdura e le uova affumicate di muggine si ritrovano insieme come nell’incontro piacevole e casuale di persone in vacanza. prima di servire una benefica pioggia di bottarga a crudo come una manna che cade dal cielo.