25 mar

salsicciotti

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La 13° Avenue a Brooklyn è il cuore commerciale del moderno shtetl di Boro Park. E’ uno dei pochi luoghi dove i hassidim dei diversi gruppi si mischiano fra loro, per acquistare libri o mangiare alle tavole calde. Una di queste, molto gettonata per lo schwarma, alcuni giorni fa ha servito hot dog non kosher. Erano identici in tutto a quelli kosher tranne il fatto di essere un po’ più lunghi. L’errore nell’acquisto era stato fatto da un inserviente asiatico, ma né il mashgiach né il titolare del negozio né decine di avventori  se ne erano accorti. Poi è entrato un hassid molto anziano, che mangia in quel posto da qualche anno solo perché gli hot dog in vendita entrano perfettamente in un tipo di pane particolare. Si è accorto subito della differenza. Ed è scoppiato il putiferio. Il proprietario ha evitato a stento di essere travolto. Si è parlato di scomunica per la tavola calda. Al momento il locale è chiuso a tempo indeterminato. L’unico punto di incontro fra avventori infuriati e titolare danneggiato è stato nel rendere omaggio alla memoria visiva dell’anziano hassid.

24 mar

una minestra rossa

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Lentil soup

Parshat Toldot (Genesis 25:19-28:9)

One of my favorite memories of Shabbat meals at my parents’ home is the lentil soup. Hot, dark-red soup with marrow bones at the bottom of the bowl was a sumptuous treat on those cold and wintry Friday nights.

Since then, I’ve discovered that lentils are not only delicious, they’re nutritious. Go to any Web site on healthy foods, and you’ll learn:

  • Lentils are high in fiber, folate and magnesium, and all three contribute to the prevention of heart disease;
  • Lentils help stabilize blood sugar levels, so they’re especially healthy for people who have hypoglycemia or diabetes;
  • Finally, lentils can increase your energy by replenishing your iron stores. Lentils’ red color is due to their richness in iron — a vital ingredient for hemoglobin contained in our red blood cells that transports oxygen to all the body’s cells.

Could this be one of the reasons why Jacob fed Esau lentil soup? After all, Esau had just come in from the field, exhausted after a long day of hunting. A hearty bowl of lentil soup would have been just what the doctor ordered to replenish his depleted body.

And yet, the Zohar tells us quite the opposite. The ancient text states that Jacob deliberately prepared lentils to feed his evil brother in order to weaken him, because red foods have a tendency to weaken one’s blood.

Was the Zohar simply spouting bad medicine? 

I don’t think so. I believe the Zohar knew that lentils are a food that interacts with the eater’s bloodstream. Jacob knew that on a metaphysical level, by his contributing to Esau’s blood, Esau would not have the same bloodlust against his brother, Jacob. The best way to disarm your enemy is to contribute to his arsenal. The enemy now feels enriched by your gift and is thereby conflicted about using your own weapons against you. 

This was Jacob’s strategy: Let me strengthen my brother, especially his blood. This way, part of me will be within him, and his strength will be compromised should he ever attempt to rise up against me.

Our sages offer another reason Jacob was preparing lentils. His grandfather, Abraham, had just passed away, and Jacob was preparing the traditional mourner’s meal. As we know, a mourner is supposed to eat a round food upon returning from the cemetery. In Europe, and later in America, that food has traditionally been round, hard-boiled eggs. But in earlier times, that round food was the lentil.

Why does a mourner eat a round food? The circle represents the circle of life, and it is supposed to remind the mourner that life is cyclical: The tragedy of death that has stricken me today will strike my neighbor tomorrow. Death is the one phenomenon that equalizes us all and spares no one. Such is the way of this world.

Perhaps, this was also Jacob’s subliminal message to Esau in presenting him with those same lentils. Life is cyclical, brother, so that “what goes around, comes around.” Bloodshed begets bloodshed. Be forewarned that should you ever be tempted to rise up against me, your violence will only come back in the future to haunt you.

Especially since the elections, we have seen Jew rise up against Jew with anger, malice and hatred. Yes, the issues are vitally important to both sides, and the passions run extremely deep. Let us remember, however, the lesson of the lentils. 

Firstly, the best way to disarm our opponent is to “kill him with kindness,” that is, to offer a gift of ourselves that will be absorbed deeply into the bloodstream. The more we can imbibe of each other’s ideologies, at least to understand the other’s mindset and where they’re coming from, the more we’ll be able to commence dialoguing rationally and civilly.

Finally, remember that bloodshed begets bloodshed. No matter the righteousness of the cause, there is no act of violence or demonization against our brother that can be excused. It will eventually boomerang, and no one will be the richer for it; our people simply cannot afford it.

May we live to see the day when, despite our disagreements, despite the disparity of our views, we can live together in peace and harmony. 

Rabbi N. Daniel Korobkin is rabbi of Kehillat Yavneh in Hancock Park and director of community and synagogue services for the Orthodox Union West Coast Region.

23 mar

kosher in rome

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kosher in rome in giudaico romanesco diventa “pe’ magna’ cacère a roma che tocca fa’?” oggi è molto più facile di un tempo trovare negozi, ristoranti e snack o fast food che offrono cibi che ogni ebreo osservante, di qualsiasi parte del mondo, può tranquillamente mangiare. kosher – o casher – infatti è la parola ebraica che indica tutto quello che è consentito dalle regole alimentari ebraiche, aldilà del tipo di preparazione che invece varia a seconda dell’area geografica. aspettiamo tutti con ansia l’apertura di un ristorante messicano casher. olè.

mar

CONTAMINAZIONE

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I tipici piatti della tradizione sono preparati al momento con ingredienti di stagione secondo gli insegnamenti dei trisavoli: carciofi alla giudia, pezzetti fritti, aliciotti con l’indivia, baccalà a cipolla e pomodoro, tagliolini cicoria e bottarga, carbonara di zucchine, spinaci con pinoli e uvetta. Ma Nonna Betta, è anche una figura simbolo che vive e si nutre di contaminazioni culturali.

Non ci si deve perciò sorprendere di fronte a Gamil, il cuoco egiziano, un cristiano ortodosso copto, che la sa molto lunga dopo 25 anni di attività culinaria trascorsi con gli ebrei romani, notoriamente esigentissimi a tavola. Ecco perché accanto alle classiche preparazioni giudaico-romanesche, Nonna Betta – Cucina Kosher offre anche specialità mediorientali, eseguite perfettamente, come il couscous di pesce e vegetale o il falafel.

La storia però non finisce qui. Tante sorprese e gustosi inediti che nascono da questo “incontro di civiltà” ci riserva la cucina di Nonna Betta. Intanto godetevi i primi risultati di questa contaminazione: gli straccetti di tonno con carciofi o quelli con la tehina, la polpetta di pesce al cumino o le alicette con il humus.

19 mar

Sindrome da preghiera compulsiva

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GERUSALEMME – C’era una volta la sindrome di Gerusalemme. Quella lieve forma di pazzia che colpiva, e ogni tanto colpisce, duecento pellegrini l’anno: europei, americani schiacciati dall’emozione di visitare la Città Santa, convinti d’essere personaggi biblici, tenuti qualche ora in osservazione in una clinica della periferia ovest e poi rimpatriati, non appena la smettono di sentirsi Sansone che abbatte le mura o la Vergine che cerca il Figlio. La letteratura medica ora s’arricchisce: all’Herzog Hospital, sempre a Gerusalemme, gli psichiatri hanno individuato e pubblicato su una rivista scientifica la loro ricerca sulla «sindrome da preghiera compulsiva». Una forma d’ossessione che prende seminaristi di collegi rabbinici, ma anche musulmani delle madrasse, troppo impegnati nella recitazione della prece quotidiana.

LA MALATTIA – Il fenomeno spunta qui, nella città che negli ultimi quindici anni ha cambiato pelle, dove gli ultraortodossi sono passati dal 5% al 35% della popolazione: gente che si fa un obbligo dell’osservanza, fin nei minimi dettagli, di pratiche e precetti. «In questo mondo – spiega la psichiatra Margarit Ben-Or –, si può creare una certa confusione tra zelo eccessivo e disturbo mentale». Ecco dunque il caso del fedele che ripete più volte la stessa preghiera, per paura di non averla recitata con la dovuta convinzione. O di chi va in bagno anche decine di volte, per lavarsi e purificarsi. O degli ebrei che passano il tempo a sistemarsi i tefillin, i lacci di cuoio nero che devono essere allacciati al braccio e alla testa. Il professor David Greenberg e il dottor Avigdor Buncik seguono al momento tre casi che definiscono «interessanti». Uno riguarda un ragazzo di 18 anni: «Questi pazienti sono ossessionati da domande che ripetono: ‘Ho
avuto pensieri eretici?’, oppure ‘Dio è soddisfatto di come prego?’». L’équipe è in collegamento con un collega egiziano, il professor Ahmed Okasha, che al Cairo sta conducendo una ricerca parallela: «Ci sono musulmani – racconta Okasha – che mostrano lo stesso tipo di disturbi: rileggono più volte la stessa pagina del Corano, temono di non inginocchiarsi correttamente, spostano di continuo il tappeto per paura di non essere esattamente diretti verso la Mecca».

LA CURA – All’Herzog Hospital, i malati di preghiera vengono curati in modo “omeopatico”, ovvero con la stessa cosa che li affligge: la religione. «Organizziamo colloqui sulla fede – spiega Greenberg – e cerchiamo di cambiare la loro prospettiva, per esempio rimuovendo la paura d’una punizione divina se non s’è pregato come si deve». Il problema per i medici, però, è che serve una preparazione teologica profonda, per affrontare discussioni con studiosi dell’ebraismo. «In effetti, dobbiamo essere pronti un po’ su tutto. Quando non ci arriviamo noi, ci facciamo aiutare da alcuni rabbini». E se nemmeno questo serve? In tutti gli ospedali del mondo, se il caso si fa disperato, il rimedio è sempre lo stesso: non ci resta che pregare.

Corriere della Sera – 26 febbraio 2009

18 mar

Una minestra rossa

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  • Jaakov e Esav, rispettivamente giacobbe e esaù, erano fratelli ed erano gemelli. esaù era il primogenito e viene descritto come un abile cacciatore (”abile con le parole, parole capaci di intrappolare…”) mentre giacobbe è un uomo semplice, integro, che abita nelle tende vale a dire che “studiava la torah”. un bel giorno esaù torna stanco dalla caccia, giacobbe è in casa che si prepara una minestra calda e il cacciatore gli chiede di dargliela. giacobbe si mostra disponibile ma vuole qualcosa in cambio: la primogenitura. esaù accetta la transazione affermando: “che me ne faccio della primogenitura se ogni giorno mi trovo faccia a faccia con la morte?” un’affermazione simile tradisce un sentimento, un atteggiamento nei confronti della vita che non si addice a un futuro capo del popolo. giacobbe acquista così la primogenitura. si trattava di una minestra “rossa” e si suppone fossero lenticchie. altrettanto racambolescamente giacobbe  otterrà la benedizione dal padre isacco. ecco spiegata l’origine del famoso modo di dire “vendersi per un piatto di lenticchie”.
17 mar

secondo lui

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ci sono episodi che in mezzo a tanti altri spiccano e si stagliano  illuminano. questa recensione su uno dei siti più popolari e attendibili mi ha gratificato in modo particolare perché è in sintonia con lo spirito che anima il nostro lavoro e centra i punti che sono importanti per noi prima di tutto. un commento di questo tipo ci motiva ad andare avanti in questo modo.

http://www.secondome.com/nonna-betta/

mar

cacio e pepe con cicoria

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l’acqua di cottura del classico cacio e pepe si ammanta dell’amarognolo che le conferisce la cicoria. la pasta cuoce laddove la verdura si lessa e calcolando i tempi arrivano insieme all’appuntamento con il cacio e il pepe. delizia per il palato che sollecita immediati tentativi d’imitazione casalinghi.

03 mar

Una minestra rossa

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Jaakov e Esav, rispettivamente giacobbe e esaù, erano fratelli ed erano gemelli. esaù era il primogenito e viene descritto come un abile cacciatore (”abile con le parole, parole capaci di intrappolare…”) mentre giacobbe è un uomo semplice, integro, che abita nelle tende vale a dire che “studiava la torah”. un bel giorno esaù torna stanco dalla caccia, giacobbe è in casa che si prepara una minestra calda e il cacciatore gli chiede di dargliela. giacobbe si mostra disponibile ma vuole qualcosa in cambio: la primogenitura. esaù accetta la transazione affermando: “che me ne faccio della primogenitura se ogni giorno mi trovo faccia a faccia con la morte?” un’affermazione simile tradisce un sentimento, un atteggiamento nei confronti della vita che non si addice a un futuro capo del popolo. giacobbe acquista così la primogenitura. si trattava di una minestra “rossa” e si suppone fossero lenticchie. altrettanto racambolescamente giacobbe  otterrà la benedizione dal padre isacco. ecco spiegata l’origine del famoso modo di dire “vendersi per un piatto di lenticchie”.

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