la cipolla si strugge si compiace nell’olio che le ha donato la sua extraverginità, esprime la sua gioia con tante bollicine luminose che si fanno tutte intorno in attesa della piccola cascata di grasselli e carne secca che sfrigolano in caduta libera nell’ambra dell’imbrunire prima di tingersi di pomodorosso. e i bucatini di grano duro perdono un po’ della loro rigidità nelle mille bolle e più per andare fiduciosi al loro destino al dente. fumanti nel piatto diventano tanti serpentelli tentatori.

oggi è il giorno della shoà. ieri sono stato a una conferenza sul tema “come trasmettere la memoria della shoà”. ho capito due cose che ho sempre pensato e ne ho realizzata un’altra grazie alla lezione del prof. levi su amalek che ha preceduto la conferenza.
la prima cosa è che la “didattica identificatoria”, quella per cui ci si immedesima e si immagina di trovarsi al posto delle vittime non è una buona didattica e produce più danni che altro, non ultimo il desiderio di liberarsi di un contenuto psichico ed emotivo così pesante.
la seconda cosa è che non è compito degli ebrei trasmettere la memoria della shoà ai non ebrei.
la successione della lezione su amalek – il persecutore degli ebrei per eccellenza e prototipo di tutti gli altri a venire – e la conferenza sulla trasmissione del ricordo della shoà mi ha fatto capire che il precetto della torà di “ricordare quello che amalek ha fatto a te” deve essere letto con l’accento spostato su “a te”. mi spiego.
subire il male, subire violenza, subire ingiustizie è una cosa su cui dobbiamo riflettere per capire come il male, la violenza e le ingiustizie subite ci cambiano, ci trasformano, ci peggiorano, ci indeboliscono, ci induriscono, ci rendono cinici e indifferenti.
di generazione in generazione dobbiamo lavorare su noi stessi per evitare questo gioco al ribasso e non dargliela vinta ai nostri persecutori il cui scopo e portarci al loro livello e toglierci il nostro immenso patrimonio di umanità che ci deriva dallo studio della torà.

in un certo senso tutti perseguiamo il successo, nelle cose piccole e in quelle grandi. quello che vogliamo è “riuscire”. dal riuscire a prendere il tram al riuscire a diventare campioni del mondo. qui c’è una strana mappa che ho trovato molto istruttiva e che voglio suggerire anche ai nipotini di nonna betta.
dopo sono venuti tutti da nonna betta a mangiare i carciofi alla giudìa, gli aliciotti con l’indivia, la torta di ricotta. c’era anche lui. alla fine gli ho chiesto se potevo fargli due domande. la prima riguardava la sua lezione sulle origini della kabalà in italia. mi ha confermato che la la prima edizione a stampa dello zohar – il libro dello splendore – è stata curata dagli editori che hanno deciso che cosa includere e che cosa escludere dei molti frammenti manoscritti a loro disposizione. la seconda domanda per sapere se gli era piaciuto quello che aveva mangiato. ebraicamente mi ha risposto con un’altra domanda: “fate catering?” quando viene a roma mangia in albergo… gli ho dato la tesserina dei nipotini di nonna betta. tutto molto kabbalistico.
per saperne di più su questa figura gigantesca

e da dove volevi che cominciasse la serie di passeggiate culturali per roma se non dai luoghi che ospitano la più antica comunità ebraica d’europa? è un’applicazione simpatica e densa di contenuti che si scarica gratuitamente. tra i vari contributi tre interventi – di cui uno in giudaico-romanesco – del sottoscritto. buona visione. fateme sape’.

è il sito di un ristorante e lei aveva il senso dell’ironia. Wisława Szymborska è una grande poetessa polacca – ieri ci ha lasciato – e voglio pubblicare qui una sua poesia sperando che possa incuriosire chi non la conosceva e scoprire anche le altre sue bellissime poesie.
La cipolla
La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.
La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

quand’ero piccolo c’erano questo gioco che si faceva un indovinello chiedendo il mestiere o l’occupazione o la carica – italiana o francese o spagnola o tedesca o araba o russa o cinese – e poi si dava la soluzione con i nomi buffi che erano una sorta di nomen omen. trai più famosi il ministro dei trasporti cinese fur-gon-cin, il nuotatore tedesco otto vask e il nostro autista guido maluccio.
questo nome, guido maluccio, mi è tornato in mente per descrivere l’operato di una guida ai ristoranti di roma che, almeno nel caso dei ristoranti di cucina giudaico-romanesca “guida” maluccio.
sulla loro buonafede e serietà nulla da dire ma sulla loro preparazione e la loro consapevolezza nel ruolo che svolgono un appunto ce l’avrei.
ecco che cosa ho scritto a questi simpatici signori:
come ebreo romano del ghetto e co-proprietario di un ristorante kasher in via del portico d’ottavia, resto sempre perplesso di fronte agli errori di percezione rispetto all’ebraismo romano in generale e alla cucina giudaico-romanesca in particolare. specie se chi “percepisce” è un esperto competente in materia.
mi riferisco alla cucina giudaico-romanesca vista come esotica, mediorientale, israeliana; percezione che porta, nel migliore dei casi, a considerazioni e definizioni del tipo: “l’hummus, il piatto più importante dell’intera zona…”, come mi è capitato di leggere per esempio su “puntarella rossa”.
o come leggo su “roma nel piatto” che segnalando un ristorante giudaico-romano, accanto alla voce cucina dopo i due punti elenca piatti come shwarma, falafel, kebab, tabulè, hummus, tajine…
nel peggiore dei casi, si arriva a considerare una pecca nel servizio l’offerta di un vino prodotto sulle alture del golan fino a vagliare, per poi escluderla, l’ipotesi del boicottaggio di un prodotto perché politicamente scorretto.
certo il fatto che quattro ristoranti kasher su cinque che si trovano in via del portico d’ottavia, siano gestiti da persone che di romano non hanno nulla, rafforza questi pregiudizi e i conseguenti errori di percezione.
mi piacerebbe incontrarci per fare una chiacchierata, e raccontare la lunga e ricca storia degli ebrei romani che, dal II secolo a.c. fino al 1555, hanno vissuto liberi di circolare e di comunicare, di prendere e di dare nella loro città. di come, in ghetto, gli ebrei romani continuano a fare, parlare e cucinare nello stesso modo fino al 1870. in che modo, negli oltre 300 anni di chiusura gli ebrei romani hanno mantenuto la loro visione ebraica del mondo romano, filtrata, come nel caso della cucina, dalle regole della kasherut. by the way con il dialetto giudaico-romanesco gli ebrei romani mantengono anche il romanesco che si parlava a roma prima del 1555.
come si sa i veri romani, quelli che possono vantare le famose “sette generazioni”, sono gli ebrei romani e pochi altri. sono gli ebrei romani che hanno mantenuto le tradizioni romane specialmente in cucina, per questo mi pare paradossale farsi un’idea della cucina giudaico-romanesca (e divulgarla) con persone, ovviamente rispettabilissime, di altra nazionalità.
io ho fatto una società con degli egiziani cristiani copti, il mio socio cuoco gamil è molto bravo e mi sembrava un peccato rinunciare a questo sapere e al gusto della contaminazione che da sempre, anche da quando non si chiamava ancora contaminazione culturale, è nella natura degli ebrei in tutte le parti del mondo in cui hanno vissuto e vivono. ed è per questo che, nel menu di nonna betta, il medioriente ha sì un suo spazio dedicato ma distinto dai piatti giudaico-romaneschi.
mi scusi la lungaggine e il disturbo ma la mia è una fissazione, anche da nonna betta il mio lavoro consiste soprattutto nel cercare di rendere più accessibili le informazioni sul mondo ebraico e su quello giudaico-romanesco e kasher in particolare, nel mettermi a disposizione e rispondere, per quello che posso, alle domande e alle curiosità dei miei ospiti.
perciò, anche se ci perdo, vi prego di togliere nonna betta dai ristoranti etnici di roma: etnico ce sarai.

tra le tante domande che mi vengono rivolte da nonna betta forse la piu’ frequente e’ quella sul significato della parola kosher. o kasher. intanto diciamo che la pronuncia ebraica (e italiana) e’ kasher e che la trasformazione in kosher è dovuta alla pronuncia gutturale degli ebrei ashkenaziti. in fuga dal nord est europeo (sappiamo perché…) gli ebrei tedeschi, polacchi, ungheresi, russi si sono trovati a popolare il nord america e da qui, in virtù della loro consistenza numerica e culturale hanno imposto il loro modello, per cui oggi è piu’ facile veder scritto “kosher” che “kasher”.
letteralmente la parola significa “permesso, adatto, idoneo” e comprende tutto ciò che la religione ebraica consente di mangiare e bere. mangiare kasher quindi si riferisce agli ingredienti e non alle ricette che infatti variano da paese a paese e da città a città dove, localmente, gli ebrei hanno sviluppato le loro tradizioni, specialmente quelle gastronomiche, frutto dell’adozione e della contaminazione di ricette locali filtrate attraverso la kasherut.
ecco perché un ebreo del ghetto di roma, o un vero ristorante giudaico-romanesco, ti offre un carciofo alla giudia o gli aliciotti con l’indivia e non il gefilte fish o il hummus.
la presenza di ricette mediorientali da nonna betta, è giusto precisarlo, è dovuta al fatto che il mio socio-chef è egiziano e in virtù di questa attitudine alla contaminazione e allo scambio di cui nonna betta – giudia romana – era il simbolo, mi è sembrato filologicamente corretto introdurle nel menu. per la gioia del palato dei nipotini di nonna betta.
scrivetemi pure se volete saperne di più.

nel ghetto di roma, nei ristoranti ebraici, oltre che di kasher o kosher, di cucina giudaico-romanesca, di carciofi alla giudìa, si discute dei temi che la lettura settimanale della torà suggerisce o dei significati delle varie festività e della loro attualizzazione nella vita di ogni giorno.
For the Greater Glory of God
By Rabbi Marc D. Angel
The great 19th-century English writer and art critic, John Ruskin, wrote an impressive work on gothic architecture. In carefully studying the details of classic gothic-style churches, he noticed a phenomenon of the deepest religious significance.
As could be expected, the craftsmen who worked on the churches’ facades demonstrated remarkable skill. They obviously devoted tremendous effort and talent to make the churches’ exteriors as beautiful as possible. Yet, Ruskin noticed that the craftsmen who worked on parts of the church buildings that were not visible to passers-by—high up on the roof, or behind walls, or eventually to be covered by ivy—were equally careful in producing magnificently beautiful designs. Even though these workers knew that no one would ever see their work, they nonetheless maintained the highest possible standard of workmanship. Ruskin was amazed. Why would workers be so diligent in creating art that would never be seen or admired by others?
The answer: these workers were not creating art to impress people. Rather, they were creating art as a sign of devotion to God. They were motivated by the purest love of God, by the desire to serve God with all their ability and all their emotion. They worked with such diligence not to gain accolades from human beings, but from a desire to serve the Lord anonymously and purely.
The greatest religious gestures do not stem from egotism or the desire to impress others: the greatest religious gestures arise when one is able to focus purely on love of God, humbly and quietly, without the slightest expectation of approbation from others.
When religious observance is tainted with egotism, the desire for power, the yearning for recognition—it is deficient. When religious devotion is expressed selflessly and modestly, it can rise to the greatest heights. This is true not only in one’s private religious expression, but also in one’s interpersonal relationships.
This week’s Torah portion gives us a keen insight into the religious greatness of Aaron, the brother of Moses. It offers a model of genuine spirituality and humility.
At the dramatic scene of the burning bush, God appoints Moses to lead the Israelites out of their bondage in Egypt. Moses is reluctant to accept this responsibility and asks God to choose someone else. He claims that he is not articulate enough, perhaps reflecting a more general feeling that he was not up to the task.
God insists that Moses take on this responsibility. He tells Moses that his brother Aaron will be at his side, and will be able to speak on behalf of Moses. God informs Moses that Aaron will come to meet him, “vera-akha, vesamah belibo”, and he will see you and rejoice in his heart. These three Hebrew words have tremendous meaning, and tell us much about the greatness of Aaron and why he became the beloved High Priest of the people of Israel.
Aaron was older than Moses. Aaron had been living in Egypt all these years when Moses was living in peace as a shepherd in Midian. Aaron had to deal firsthand with the slavery of his people, and obviously had a much clearer understanding of the situation than did Moses. One might have thought that Aaron was more entitled to have been chosen by God to be leader; he was older, more experienced, and more directly involved with the people of Israel. And yet, God chose Moses!
How would we imagine Aaron’s reaction upon learning that God had chosen his younger brother, a shepherd in Midian, to be leader of Israel? We might have expected that Aaron would be jealous, angry, insulted, resentful. But God tells Moses: Aaron will see you and rejoice in his heart! Not only was Aaron not upset, but he genuinely rejoiced in Moses’ success. Aaron was not an egotist, he was content with his lot. He was not just superficially courteous to Moses, but he “rejoiced in his heart”, sincerely and totally. Aaron had a unique capacity: the capacity to love, to rejoice fully in the success of others without feeling a grain of jealousy or ill-will.
It is not easy for people to rejoice in the success of others. People think: I should have received that honor, I am more deserving, I am more qualified. It is not easy for people to rise above egotism, jealousy, resentfulness. To do this requires tremendous self-confidence, spiritual poise, serenity–and love. It requires the ability to transcend one’s own ego, and celebrate in the virtues and successes of others. Aaron had these virtues.
The artwork of anonymous craftsmen of the gothic churches demonstrates love of God without ulterior motives. Aaron’s piety shows the way to a religious life that fosters love and inner harmony in our interpersonal relationships. Purity in our religious devotion to God must be accompanied by purity in the way we conduct our lives. Our thoughts and deeds must be directed to the greater glory of God–in purity, humility, selflessness and love.

ieri la mia amica patrizia boglione è tornata a trovarmi con un suo amico. patrizia è una persona notevole sotto molti punti di vista. è una grande professionista della comunicazione e appassionata di cibo e il suo blog “gorgelous” è un punto di riferimento per contenuti ed eleganza. ieri, mentre parlavamo anche con alessandro che è storico dell’arte di cose profonde ebraico-esitenziali-emozionali, in un fiotto di sincerità ci siamo detti cose che si confessano solo agli amici più intimi. alla fine patrizia ha fatto un’intervista impossibile a nonna betta per bocca mia invitandomi a immaginare le risposte che avrebbe dato mia nonna. la cosa mi ha provocato una serie di ricordi e una certa nostalgia di quando ero un ragazzino, di quando vivevamo tutti insieme nella stessa casa, di quando mi portava al cinema. ecco l’intervista
Chi è: Vivanti Bettina, classe 1909. A lei è dedicato il ristorante Nonna Betta, al Portico d’Ottavia a Roma.
• Gorgelous Project
Immaginare un ristorante al ghetto che si chiamasse come me.
• Gorgelous Place
Più vicino al teatro Marcello.
• Gorgelous Art (libro/brano musicale)
Pur’io rider io si o’matto ‘un fuss’o mio (commedia in giudaico-romanesco)
• Gorgelous Person/incontro
C’era stato un fatto di sangue nel ghetto e vennero i giornalisti. Il giornale più famoso a quel tempo era Paese Sera. Un giornalista mi chiese se potevo raccontargli cosa era successo, dicendo: noi siamo del Paese. E io: e di che paese siete?
• Gorgelous Taste
Non mi piace il melone.
• Gorgelous memory
Racconti del tempo di guerra. Quando ci fu la retata del 16 ottobre, uscìì con tre ragazzini per andare a nasconderci e non ci hanno mai fermati. Il maschio con un occhio gonfio, la ragazzina con i piedi fasciati, sembravamo quasi dei barboni.
• Gorgelous Moment
Quando hanno girato la scena di un Americano a Roma con Sordi, quando Nando Moriconi entra nel portone casa mia armato delle sue mani, come fossero due pistole.
• Gorgelous Dream
Andare in Israele.
• This is gorgelous!
Un ristorante al ghetto col mio nome. Poi l’ha fatto mio nipote Umberto.
• Very personal
Mi scandalizzavo degli usi dei giovani. La prima volta che uscii con nonno Umberto a 14 anni, dissi: io so’ tornata a casa che non ero più ragazza.

