09 ago
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nothing better

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è già successo diverse volte. ospiti stranieri di nonna betta mi dicono che nonna betta suona come una contrazione/storpiatura di “nothing better”. questa percezione si verifica sempre dopo aver mangiato. è probabile che il gradimento influisca e condizioni la lettura. tradotto diventa “nonna betta = non c’è niente di meglio”. per me è un grande complimento, naturalmente.

 
05 ago
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fa’ la cosa giusta

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della bella la valle di josafat 233 x 441

By Rabbi Marc D. Angel

“…for you will do that which is good and right in the eyes of the Lord…”

In several places, the Torah reminds us of the general commandment to do that which is good and right in the eyes of the Lord. This is often understood to refer to the proper observance of mitzvot, and the requirement to act “lifnim mi-shurat ha-din” i.e. to behave even more compassionately than demanded by the strict letter of the law. Since the mitzvot are a reflection of God’s wisdom and mercy, they should be fulfilled in a spirit of wisdom and mercy.

Rabbi Benzion Uziel, late Sephardic Chief Rabbi of Israel, commented on the seeming dilemma which confronts the rabbinic judge (Introduction to Mishpetei Uziel, 5700). “Righteousness and justice, compassion and truth–these concepts exist simultaneously, as difficult as this is to comprehend. The fundamental teaching of the law of justice is that one may not show compassion in justice, but should uphold the law whatever the consequences. On the other hand, we are taught to do that which is good and upright, and we may compel behavior which is beyond the letter of the law.”

Rabbi Uziel notes that the rabbinic judge must balance these seemingly conflicting claims. A decision must be reached that reflects both truth and compassion. The halakha must not only be right–it must be good. In his own writings, Rabbi Uziel reflected a profound commitment to truth, and an overwhelming commitment to compassion. His rabbinic rulings are classic models of halakhic decision-making. He understood that the halakha must relate to real human beings in real life situations; halakha is not a set of abstract rules to be observed by sectarians and ascetics.

In one of his lectures many years ago, Rabbi Ovadya Yosef referred to two tendencies in religious life. One is “gevurah”–heroism. This tendency is marked by the desire to adopt as many stringencies as possible to demonstrate how self-sacrificing one can be in fulfilling the mitzvot. Followers of the “gevurah” approach draw on the strictest halakhic views, even when there are much more cogent and sensible views available within halakha. They prefer extreme positions, thinking that stringency is equated with greater religiosity.

The second tendency is “hessed”–compassion. This tendency is marked by the desire to deal with halakha in a humane, loving and kind manner. Religion should reflect lovingkindness, a profound sympathy for the human predicament, an optimism that God loves us. Followers of the “hessed” approach shun extremism and unnecessary stringencies. Rabbi Yosef comes down on the side of “hessed”, indicating that this was the quality that characterized the School of Hillel, whose opinions were accepted over those of the School of Shammai.

Surely one must fulfill mitzvot carefully; but just as surely, one must fulfill them in a spirit of joy and compassion. The mitzvot were given to bring us happiness and spiritual fulfillment, not to serve as a constant source of fear and spiritual inadequacy. Excessive stringency is no more a sign of true religiosity than excessive leniency.

We are called upon to do that which is good and right in the eyes of God. This is a tremendous challenge–and an honor. It entails the fulfillment of the teachings of the Torah in a spirit of truth and compassion, but favoring the tendency to “hessed”.

 
05 lug
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come parlava nonna betta

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forse non tutti sanno che gli ebrei romani hanno anche un loro dialetto. il ghetto durante gli oltre 300 anni di emarginazione e separazione ha conservato oltre alla cucina kosher, con i carciofi alla giudia, i pezzetti fritti, gli aliciotti con l’indivia o la concia – tanto per fare qualche esempio – anche un suo idioma. il giudaico romanesco è fatto di parole ebraiche, pronunciate alla romanesca, e del romanesco che si parlava a roma prima del 1555, anno in cui papa paolo IV carafa, con la bolla “cum nimis absurdum”, erige le mura per rinchiuderci gli ebrei. perché è assurdo, secondo il papa, che gli ebrei colpevoli di deicidio vivano accanto ai cristiani. Inizia così il periodo più buio nella storia delgi ebrei romani. la letteratura giudaico romanesca è quasi inesistente e, in quelle condizioni di estrema povertà e disagio, ne possiamo immaginare le ragioni. ma esiste una raccolta di poesie scritte da crescenzo del monte (1868-1935), “il belli del ghetto” che, grazie a un gigantesco lavoro di recupero, ci restituisce le atmosfere, tra il tragico e l’ironico, del serraglio degli ebrei. mi propongo di pubblicare periodicamente qui i sonetti di crescenzo del monte che mi piacciono di più. l’attitudine ebraica è di cercare sempre qualcosa di buono anche nelle situazioni più negative e allora diciamo che la vita del ghetto sul tevere ha conservato i piatti di una tradizione millenaria e una parlata dal sapore antico, e questa è una cosa senz’altro positiva.

‘O ‘nvitato a pranzo

Magna, magna, Moscè, ‘un fa’ complimenti!
Beve! Sente sto vino d’ ‘ ii Castelli.
…Assaja sta pasticcia, è bona… E senti
sti ngkozzamòdde1… te’, pigliet’ ‘ii scèlli

…Magna co ‘i mani, stamo fra parenti!…
…Vardeme sta carciofela, chi belli
fogli ‘nnorati assaja. …E sti torzelli?
…Ché grèvi! Manco toccheno li denti.

…Te piace più caciotta o marzolina?
…’N altra récchia-d’Alànne! …un’altra frutta…
Bè, u’ mmicchierin de grappa: è sopraffina!

…Sgrùulla…! ‘Un te piglià cosa, rutta, rutta!
…E mo ‘a gioncata… Eh!? una cucchiarina!
Ma mette tutto jò, tanto se butta!

…Ché troppa! tutta, tutta.
Tanto mo, un bòn cafè… e un bòn chalòmme…
e domana va tutto pe macòmme

per delucidazioni scrivetemi: upavoncello@yahoo.com

 
25 giu
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piccoli

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bambini che studiano l’ebraico e stanno insieme. sono cristiani, musulmani, neri, ispanici, bianchi e, naturalmente, ebrei o jewish, come direbbero loro. loro sono piccoli ma chi li manda a studiare in questa scuola sono evidentemente i loro genitori che sono grandini e dimostrano una esemplare apertura mentale. forse iniziative del genere che mettono insieme cultura e bambini possono far ben sperare per il futuro. non c’entra niente con the restaurant o con i carciofi alla giudia, o jewish artichokes, come direbbero loro, col kosher food, col ghetto di roma o i sanpietrini. non c’entra niente ma certe questioni mi stanno particolarmente a cuore.

 
21 giu
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carne della mia carne

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mucca
non ci facciamo mancare niente. ci mancava la polemica sulla kasherùt della carne, una lotta all’ultimo sangue dopo la salatura, uno scontro all’arma bianca con il lungo bilama dello schochèt, tendini e nervi tesi soprattutto quello sciatico, zoccoli spaccati metaforicamente sulle teste degli avversari. c’è baruffa nell’aria, tensioni e conflitti di vario genere, un senso di temporale in agguato. e non è una bella sensazione. ci vorrebbe un invito alla distensione, un richiamo al buon senso e alla ragione che ci ricordasse che siamo tutti fratelli umani, siamo ognuno carne della nostra carne, motivo per cui bisognerebbe fare tutti un passo indietro e ristabilire questa comunicazione continuamente interrotta. lo so, è un discorso buonista ma questa è il carattere di nonna betta: essere buoni e fare il mangiare buono. certo non posso nascondere che in questi momenti penso che per fortuna nonna betta è kosher chalavì, ristorante senza carne: solo latticini e pesce.

 
10 giu
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concia o scapece?

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zucchine
nella cucina giudaico romanesca la concia occupa una posizione di rilievo. questa ricetta molto gustosa e appetitosa ha molti veneratori ma quelli che la scoprono – cosa che può succedere se si ha un amico ebreo romano nato al portico d’ottavia o se si accettano i miei consigli quando ci si siede da nonna betta – non possono fare a meno di notare che la concia somiglia in modo imbarazzante alla ricetta napoletana delle zucchine alla scapece, anzi, diciamolo: sono la stessa identica cosa. visto che la concia la fanno soltanto gli ebrei del ghetto di roma, mi sono chiesto le ragioni di questa coincidenza e ho provato a ipotizzare una spiegazione. nel 1492, è cosa nota, la santa inquisizione decreta l’espulsione degli ebrei dalla spagna e, nel 1504, con la conquista spagnola, anche dal regno di napoli. possibile che le zucchine alla scapece siano una ricetta portata a roma dagli ebrei cacciati dal regno di napoli? potete immaginare la mia compiaciuta sorpresa quando ho scoperto che escabeche in lingua spagnola corrisponde alla marinatura.

 
08 giu
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incontro

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MASSIMO RANIERI VENT'ANNI
oggi stavo tornando a casa con la bici quando incrocio un uomo con un cappello e gli occhiali con una giacca scura sportiva e le scarpe da gentiluomo di campagna. appena superato realizzo che l’uomo e’ massimo ranieri e allora torno indietro per dirgli una cosa. gli chiedo scusa, gli dico che mi dispiace importunarlo ma che non ho potuto fare a meno di tornare indietro per dirgli questa cosa. gli dico che quarant’anni fa, proprio là – eravamo davanti alla sinagoga – sotto al portico d’ottavia, insieme ad altri bambini del ghetto, abbiamo tirato due calci al pallone durante la pausa delle riprese di un film che stava girando. lui dice che si ricorda, non di aver giocato a pallone con me, ma del fatto che all’epoca stava girando un film. era un film con florinda bolkan. era il 1970, mi dice. e ci diciamo tutto questo mentre gli stringo la mano, e durante il ricordo, a tratti il suo sguardo si illumina di animazione e di piacere, stringe anche lui la mia mano e ci sento qualcosa di vero e di affettuoso. lui dice qualcosa che assomiglia a “fa piacere e ci vuole, ogni tanto, ritornare con la mente ai ricordi”. poi ci salutiamo. si era allontanato di una quindicina di metri, si volta e mi grida che il film era “incontro” poi se ne va confermando a se stesso l’esattezza del dato con piccoli movimenti affermativi della testa.

incontro, come il nostro.

 
07 giu
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harry

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harrysally

mi telefona e mi parla in inglese e io gli chiedo di parlare lentamente così aumentano le probabilità che io capisca quello che dice. mi dice che vuole prenotare una cena kasher per due, una kosher jewish roman dinner, da nonna betta. io gli chiedo il nome e lui mi dice harry. allora mi lancio in una battuta col mio inglese maccheronico “are you introducing me sally, i suppose…” e lui mi dice sì e che rifaranno la scena dell’orgasmo al ristorante. io mi raccomando, ridendo, di no, di non farlo per il buon nome della cucina ebraica romana. lo rivedo solo la sera dopo quando viene alla cassa per pagare il conto. qualcosa mi dice che è lui quello con cui avevo parlato al telefono e oso “are you harry?” “no, i’m sally” mi risponde lui. quando si dice l’umorismo ebraico.

 
26 mag
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un’altra nonna formidabile

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carciofo alla giudia: una passione senza età

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una signora centenaria mi ha telefonato per ringraziarmi. mi ha detto che prima di morire desiderava tanto mangiare un buon carciofo alla giudia. i suoi nipoti sono venuti a mangiare al ristorante, da nonna betta – cucina kosher (forse dopo l’articolo del nyt) e ne hanno preso uno per l’attempata signora che stava a casa. il giorno dopo la nonnina meravigliosa mi ha chiamato per dirmi che il carciofo era buonissimo e che sentiva il bisogno di ringraziare chi le aveva permesso di godere di quella bontà. ero senza parole, la sua lucidità era impressionante. le ho detto che se viene a trovarmi il carciofo alla giudia lo mangia bello caldo e croccante appena fatto, e che glielo offro io e che le offro anche tutto il pranzo: non capita mica tuti i giorni di imbattersi in tanta saggezza, nobiltà d’animo, educazione e dolcezza. sarà, ma ho un debole per le nonne mature.

 
25 mag
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ti voglio ben, carciofo

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il bello di mangiare kosher

fabrizio-bentivoglio

molto simpatico, sorridente, cordiale: è sempre così? sarà l’effetto del carciofo o l’effetto del tiro che di lì a poco avrebbe fatto vincere il campionato all’inter? poco importa, il bello del carciofo alla giudia è lui, fabrizio bentivoglio, fino ad ora. perché fino ad ora nonna betta ha ospitato jerry calà e vince bentivoglio, lino banfi e vince bentivoglio, ricky gianco e vince bentivoglio, il presidente del chievo luigi campedelli e vince bentivoglio, massimo lopez e vince bentivoglio, il vice presidente del senato vannino chiti e vince bentivoglio, jasmine trinca e… non lo so… (secondo me meglio jasmine) e fabrizio gifuni che è l’unico che mi sembra possa competere. bentivoglio è venuto a vivere dalle parti del ghetto di roma con sua moglie – simpatica e bella – e i due bambini. spero di rivederli presto a ristorarsi al restaurant.

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