
tra le tante domande che mi vengono rivolte da nonna betta forse la piu’ frequente e’ quella sul significato della parola kosher. o kasher. intanto diciamo che la pronuncia ebraica (e italiana) e’ kasher e che la trasformazione in kosher è dovuta alla pronuncia gutturale degli ebrei ashkenaziti. in fuga dal nord est europeo (sappiamo perché…) gli ebrei tedeschi, polacchi, ungheresi, russi si sono trovati a popolare il nord america e da qui, in virtù della loro consistenza numerica e culturale hanno imposto il loro modello, per cui oggi è piu’ facile veder scritto “kosher” che “kasher”.
letteralmente la parola significa “permesso, adatto, idoneo” e comprende tutto ciò che la religione ebraica consente di mangiare e bere. mangiare kasher quindi si riferisce agli ingredienti e non alle ricette che infatti variano da paese a paese e da città a città dove, localmente, gli ebrei hanno sviluppato le loro tradizioni, specialmente quelle gastronomiche, frutto dell’adozione e della contaminazione di ricette locali filtrate attraverso la kasherut.
ecco perché un ebreo del ghetto di roma, o un vero ristorante giudaico-romanesco, ti offre un carciofo alla giudia o gli aliciotti con l’indivia e non il gefilte fish o il hummus.
la presenza di ricette mediorientali da nonna betta, è giusto precisarlo, è dovuta al fatto che il mio socio-chef è egiziano e in virtù di questa attitudine alla contaminazione e allo scambio di cui nonna betta – giudia romana – era il simbolo, mi è sembrato filologicamente corretto introdurle nel menu. per la gioia del palato dei nipotini di nonna betta.
scrivetemi pure se volete saperne di più.

nel ghetto di roma, nei ristoranti ebraici, oltre che di kasher o kosher, di cucina giudaico-romanesca, di carciofi alla giudìa, si discute dei temi che la lettura settimanale della torà suggerisce o dei significati delle varie festività e della loro attualizzazione nella vita di ogni giorno.
For the Greater Glory of God
By Rabbi Marc D. Angel
The great 19th-century English writer and art critic, John Ruskin, wrote an impressive work on gothic architecture. In carefully studying the details of classic gothic-style churches, he noticed a phenomenon of the deepest religious significance.
As could be expected, the craftsmen who worked on the churches’ facades demonstrated remarkable skill. They obviously devoted tremendous effort and talent to make the churches’ exteriors as beautiful as possible. Yet, Ruskin noticed that the craftsmen who worked on parts of the church buildings that were not visible to passers-by—high up on the roof, or behind walls, or eventually to be covered by ivy—were equally careful in producing magnificently beautiful designs. Even though these workers knew that no one would ever see their work, they nonetheless maintained the highest possible standard of workmanship. Ruskin was amazed. Why would workers be so diligent in creating art that would never be seen or admired by others?
The answer: these workers were not creating art to impress people. Rather, they were creating art as a sign of devotion to God. They were motivated by the purest love of God, by the desire to serve God with all their ability and all their emotion. They worked with such diligence not to gain accolades from human beings, but from a desire to serve the Lord anonymously and purely.
The greatest religious gestures do not stem from egotism or the desire to impress others: the greatest religious gestures arise when one is able to focus purely on love of God, humbly and quietly, without the slightest expectation of approbation from others.
When religious observance is tainted with egotism, the desire for power, the yearning for recognition—it is deficient. When religious devotion is expressed selflessly and modestly, it can rise to the greatest heights. This is true not only in one’s private religious expression, but also in one’s interpersonal relationships.
This week’s Torah portion gives us a keen insight into the religious greatness of Aaron, the brother of Moses. It offers a model of genuine spirituality and humility.
At the dramatic scene of the burning bush, God appoints Moses to lead the Israelites out of their bondage in Egypt. Moses is reluctant to accept this responsibility and asks God to choose someone else. He claims that he is not articulate enough, perhaps reflecting a more general feeling that he was not up to the task.
God insists that Moses take on this responsibility. He tells Moses that his brother Aaron will be at his side, and will be able to speak on behalf of Moses. God informs Moses that Aaron will come to meet him, “vera-akha, vesamah belibo”, and he will see you and rejoice in his heart. These three Hebrew words have tremendous meaning, and tell us much about the greatness of Aaron and why he became the beloved High Priest of the people of Israel.
Aaron was older than Moses. Aaron had been living in Egypt all these years when Moses was living in peace as a shepherd in Midian. Aaron had to deal firsthand with the slavery of his people, and obviously had a much clearer understanding of the situation than did Moses. One might have thought that Aaron was more entitled to have been chosen by God to be leader; he was older, more experienced, and more directly involved with the people of Israel. And yet, God chose Moses!
How would we imagine Aaron’s reaction upon learning that God had chosen his younger brother, a shepherd in Midian, to be leader of Israel? We might have expected that Aaron would be jealous, angry, insulted, resentful. But God tells Moses: Aaron will see you and rejoice in his heart! Not only was Aaron not upset, but he genuinely rejoiced in Moses’ success. Aaron was not an egotist, he was content with his lot. He was not just superficially courteous to Moses, but he “rejoiced in his heart”, sincerely and totally. Aaron had a unique capacity: the capacity to love, to rejoice fully in the success of others without feeling a grain of jealousy or ill-will.
It is not easy for people to rejoice in the success of others. People think: I should have received that honor, I am more deserving, I am more qualified. It is not easy for people to rise above egotism, jealousy, resentfulness. To do this requires tremendous self-confidence, spiritual poise, serenity–and love. It requires the ability to transcend one’s own ego, and celebrate in the virtues and successes of others. Aaron had these virtues.
The artwork of anonymous craftsmen of the gothic churches demonstrates love of God without ulterior motives. Aaron’s piety shows the way to a religious life that fosters love and inner harmony in our interpersonal relationships. Purity in our religious devotion to God must be accompanied by purity in the way we conduct our lives. Our thoughts and deeds must be directed to the greater glory of God–in purity, humility, selflessness and love.

ieri la mia amica patrizia boglione è tornata a trovarmi con un suo amico. patrizia è una persona notevole sotto molti punti di vista. è una grande professionista della comunicazione e appassionata di cibo e il suo blog “gorgelous” è un punto di riferimento per contenuti ed eleganza. ieri, mentre parlavamo anche con alessandro che è storico dell’arte di cose profonde ebraico-esitenziali-emozionali, in un fiotto di sincerità ci siamo detti cose che si confessano solo agli amici più intimi. alla fine patrizia ha fatto un’intervista impossibile a nonna betta per bocca mia invitandomi a immaginare le risposte che avrebbe dato mia nonna. la cosa mi ha provocato una serie di ricordi e una certa nostalgia di quando ero un ragazzino, di quando vivevamo tutti insieme nella stessa casa, di quando mi portava al cinema. ecco l’intervista
Chi è: Vivanti Bettina, classe 1909. A lei è dedicato il ristorante Nonna Betta, al Portico d’Ottavia a Roma.
• Gorgelous Project
Immaginare un ristorante al ghetto che si chiamasse come me.
• Gorgelous Place
Più vicino al teatro Marcello.
• Gorgelous Art (libro/brano musicale)
Pur’io rider io si o’matto ‘un fuss’o mio (commedia in giudaico-romanesco)
• Gorgelous Person/incontro
C’era stato un fatto di sangue nel ghetto e vennero i giornalisti. Il giornale più famoso a quel tempo era Paese Sera. Un giornalista mi chiese se potevo raccontargli cosa era successo, dicendo: noi siamo del Paese. E io: e di che paese siete?
• Gorgelous Taste
Non mi piace il melone.
• Gorgelous memory
Racconti del tempo di guerra. Quando ci fu la retata del 16 ottobre, uscìì con tre ragazzini per andare a nasconderci e non ci hanno mai fermati. Il maschio con un occhio gonfio, la ragazzina con i piedi fasciati, sembravamo quasi dei barboni.
• Gorgelous Moment
Quando hanno girato la scena di un Americano a Roma con Sordi, quando Nando Moriconi entra nel portone casa mia armato delle sue mani, come fossero due pistole.
• Gorgelous Dream
Andare in Israele.
• This is gorgelous!
Un ristorante al ghetto col mio nome. Poi l’ha fatto mio nipote Umberto.
• Very personal
Mi scandalizzavo degli usi dei giovani. La prima volta che uscii con nonno Umberto a 14 anni, dissi: io so’ tornata a casa che non ero più ragazza.

mi è sempre piaciuto ospitare. a casa mia ho sempre fatto e continuo a fare inviti che mettono in difficoltà mia moglie e in questo devo aver preso da mio padre che, ancora oggi, prepara manicaretti e li distribuisce agli amici e conoscenti che abitano nel quartiere. la gratificazione sta nei sorrisi, nei complimenti e nei ringraziamenti che si ricevono.
quando si gestisce un ristorante, naturalmente, i rapporti cambiano. l’ospite è un ospite pagante e non potrebbe essere diversamente. io ancora non mi sono abituato a questo e prendere dei soldi per offrire cose buone da mangiare mi mette sempre un pochino in imbarazzo. un problema mio, evidentemente.
ecco perché mi ha fatto particolarmente piacere un signore che è venuto alla cassa al momento del conto e mi ha detto “ho mangiato proprio bene e sono contento di pagare”.
nel ghetto di roma, nei ristoranti ebraici, oltre che di kasher o kosher, di cucina giudaico-romanesca, di carciofi alla giudìa, si discute dei temi che la lettura settimanale della torà suggerisce o dei significati delle varie festività e della loro attualizzazione nella vita di ogni giorno. o si raccontano le cose singolari che accadono da nonna betta

nel ghetto di roma, nei ristoranti ebraici, oltre che di kasher o kosher, di cucina giudaico-romanesca, di carciofi alla giudìa, si discute dei temi che la lettura settimanale della torà suggerisce o dei significati delle varie festività e della loro attualizzazione nella vita di ogni giorno.
“poiché è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani ad oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione: e poiché abbiamo appreso che, a roma ed in altre località sottoposte alla sacra romana chiesa, la loro sfrontatezza è giunta a tanto che essi si azzardano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche nelle vicinanze delle chiese senza alcuna distinzione di abito, e che anzi prendono in affitto delle case nelle vie e nelle piazze principali, acquistano e posseggono immobili, assumono donne di casa, balie ed altra servitù cristiana, e commettono altri e numerosi misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano, ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti provvedimenti [...]“.
forse non tutti sanno che il ghetto sul tevere – prima di diventare il posto ideale per mangiare la cucina giudaico-romanesca kosher – venne edificato nel 1555 per volere di papa paolo IV carafa con la bolla “cum nimis absurdum”. l’intento, probabilmente, era di arginare gli effetti della migrazione degli ebrei scacciati dal regno di sicilia e poi dal regno di napoli e si riversarono a roma (nella foto l’originale dell’editto d’espulsione dal regno di spagna con cui nel 1492 furono espulsi da 150.000 a 200.000 ebrei).
quel papa riteneva che fosse assurda la mescolanza di ebrei e cristiani, perciò decise di rinchiudere gli ebrei di roma nei tre ettari di fronte all’isola tiberina. dai portoni del ghetto si poteva uscire all’alba ma si doveva rientrare prima del tramonto se no, erano bastonate. per evitare di confondersi gli ebrei dovevano portare un segno distintivo (i nazisti con la stella gialla recuperano uno dei segni imposti dal papato) che in ebraico si chiama “simàn” e che in giudaico romanesco diventa “sciamanno”. per le donne ebree lo sciamanno, in un determinato periodo, era costituito da un grosso foulard arancione (quello delle prostitute era dello stesso colore, per intenderci…) e veniva indossato, ovviamente, di mala voglia e in modo palesemente disordinato per dimostrare questo rifiuto. ecco perchè indossare lo sciamanno in modo trasandato ha dato origine al termine giudaico-romanesco “sciamannato” che poi è entrato a far parte della lingua italiana.
i provvedimenti imposti dalla “cum nimis absurdum” stabilivano in particolare che da allora in poi gli ebrei avrebbero dovuto:
abitare in una strada (o all’occorrenza in più strade) separata dalle case dei cristiani e munita di un portone di chiusura;
che in ogni ghetto non potesse esistere più di una sinagoga;
che gli ebrei dovessero vendere tutti gli immobili posseduti fino ad allora, ai cristiani.
veniva inoltre imposto il rigoroso rispetto del segno distintivo per uomini e donne, e il divieto di avere servitù cristiana e rapporti con i cristiani.
altre gravi restrizioni riguardavano i mestieri consentiti (riciclo e vendita di abiti usati) e l’interesse che si poteva percepire per il prestito.

nel ghetto di roma, nei ristoranti ebraici, oltre che di kasher o kosher, di cucina giudaico-romanesca, di carciofi alla giudìa, si discute dei temi che la lettura settimanale della torà suggerisce o dei significati delle varie festività e della loro attualizzazione nella vita di ogni giorno. stasera è iniziata la festa chanukkà.
By Rabbi Marc D. Angel
Hanukkah is widely observed as a holiday that celebrates religious freedom. The persecuted Jews of ancient Israel waged battle against their Syrian/Hellenistic oppressors, and won the right to rededicate the Temple and to restore Jewish worship and religious practices.
Religious freedom is a wonderful thing. It allows us to worship God freely, without being coerced or intimidated by others.
Religious freedom is not a self-evident fact of life. As Jews, we have experienced many circumstances in which we did not enjoy this basic right. Medieval Iberia expelled Jews and Muslims, believing that only Catholics have truth and that “infidels” must not be tolerated. Saudi Arabia of today does not tolerate non-Muslims to practice their religions freely. Indeed, throughout history (including our own times), various groups have not granted religious freedom to “outsiders”. Only the faithful had rights in this world; and only the faithful would be blessed in the world to come. The infidels were deprived of rights in this world, and were doomed to perdition in the world to come.
The great 19th century Rabbi Eliyahu Benamozegh of Livorno pointed out an obvious—but startling—fact. In his book “Israel and Humanity,” he noted that historic Christianity and Islam claimed to be universal religions—and yet, they were not universal at all. They only made room for fellow believers; “infidels” were persecuted, even murdered. Those of other religions were not granted equal rights in this world, and were deemed to be unworthy of blessing in the world to come. Judaism—which is often depicted as a small, parochial tradition—is actually the religion that is the most universal. It teaches that all who accept the basic Noahide laws of morality are beloved by God. The righteous of all nations have a place in the world to come. While not condoning outright idolatry, Judaism leaves much theological space for non-Jews to achieve spiritual happiness and fulfillment. All humanity is created in the image of God.
When we light the Hanukkah candles, we need to remember the value of religious freedom. We also need to remind ourselves—and others—that religious freedom is a two-way street. It allows us to claim the right to practice our religion freely; but it also entails that we grant this same freedom to others who do not share our religious beliefs and practices.
Religious freedom is a problematic concept for those who are sure that they, and only they, have the absolute Truth. Such people tend to be extreme and intolerant. Since only they have the Truth, they have no patience for those who have other beliefs; indeed, they don’t see the need to grant rights to others. They feel compelled to crush the “opposition”, either by converting them, by coercing them, by oppressing them, or even by murdering them. For the single-minded bigots, religious freedom exists only to serve their interests and to guarantee their freedoms; but it doesn’t involve a mutual commitment to religious freedom for others.
Even within the Jewish community, we have those who take this extreme view of religious freedom. They are happy to enjoy the benefits of freedom; but they disdain those Jews whose beliefs and observances are different from theirs.
Those who see themselves as the only Torah-True Jews do not think they should make religious space for others; on the contrary, they feel that the others should be brought into line with them even by means of coercion. They discredit those who are not in their camp. In Israel, where such extremists exert political power, they initiate coercive action and legislation that impinge on the freedom of others. Since they are convinced that they alone have Truth, they feel warranted in coercing others to follow in their ways. Their mentality is similar to extremists of other religions who find it difficult or impossible to let others enjoy religious freedom.
Religious freedom is not such a simple concept, after all. While it protects each of our rights to practice religion freely, it also demands that we respect the rights of others to do likewise. Religious freedom is the hallmark of a tolerant and wise nation and community. It is a lofty ideal to which all should aspire.
As we celebrate Hanukkah, let us seriously celebrate the value of religious freedom. Let us serve God with purity, with commitment, with spiritual heroism. And let us appreciate that all human beings also deserve the right of religious freedom. When extremists seek to deprive others of this freedom, all society suffers a loss of freedom and dignity.
The Hanukkah lights remind us that we can bring light into a dark world. We can hope that our lights will inspire others and bring them closer to the Almighty.
“Not by might, nor by power, but by My spirit said the Lord of hosts.” (Zekharia 4:6)

eran katz, studioso americano della super memoria yiddish autore del best seller jewis techniques to boost memory power (ed. crown) spiega come e perché il popolo di dio eccelle nell’arte di ricordare.
il ricordo è attivazione dei sensi
«gli ebrei soprattutto ortodossi, fin da piccolissimi, ascoltano più volte nel corso dell’anno le letture sacre, partecipano a riti familiari e feste. associano le storie a odori, sapori, colori che appartengono a un mondo lontano. ed è proprio questa elaborazione interiore a enfatizzare le capacità cerebrali di archiviazione e recupero dei ricordi», spiega alberto oliverio, psicobiologo.
perché il cervello, come evidenziano recenti studi del weizmann insitute di tel aviv, non cataloga dati in astratto e in un’unica area, ma li distribuisce nei diversi circuiti: olfattivo, uditivo, della vista, del linguaggio. e l’attivazione di uno solo di questi canali sensoriali ne favorisce la rievocazione.
metodo dei loci
leggere l’uscita dall’egitto, la fuga di davide nel deserto di maon è un percorso improntato alla cosiddetta tecnica dei loci che consente di collocare le informazioni in spazi precisi e poi di visualizzarle con facilità.
oggi questo metodo viene utilizzato dai giocatori di carte, di scacchi o più semplicemente da persone che vogliono potenziare la loro memoria.
il valore del riposo settimanale
c’è di più: fra gli ebrei è sacrosanto il sabato. sospendere le attività in questo giorno rallenta il ritmo delle onde generate dai nuclei cerebrali profondi. «queste vibrazioni elettriche favoriscono il reset dei circuiti nervosi instabili da cui dipendono le memorie recenti, trasformandoli in circuiti più consolidati, anche grazie alla formazione di nuove sinapsi cattura-ricordi», aggiunge il professor oliverio.
la cucina kasher
ma il passaggio di informazioni da un neurone all’altro richiede la presenza di un equilibrato mix di glucosio, proteine, lipidi, vitamine, oligoelementi. e la cucina kasher di nonna betta ricca di frutta e verdura proposte in corrette combinazioni (proteine o carboidrati con verdure, mai carne, con pesce o con formaggio) favorisce il giusto assorbimento di vitamina B, che alimenta le fibre nervose cerebrali e di tiroxina, precursore dell’adrenalina, fissatore dei ricordi.

besides /bɪˈsaɪdz/
A avv.
1 in aggiunta; ancora; in più: Good food, good company and much more besides, buon cibo, compagnia piacevole e molto altro ancora.
ricevo tutti i giorni una newsletter con una parola da imparare in inglese. oggi mi è capitata questa, con un esempio di uso possibile che aiuta a comprenderne il senso. e ho pensato che descrive bene nonna betta. che alla fin fine è quello che cerca chi viene a mangiare le specialità giudaico-romanesche nel ghetto di roma. infatti non basta più un delizioso carciofo alla giudìa, la concia, i tagliolini cicoria e bottarga o gli aliciotti con l’indivia. mangiare nel ghetto di roma per molti vuol dire anche approfondire la conoscenza del mondo ebraico e delle abitudini alimentari “kosher”. che poi è quel “molto altro ancora” che i nipotini insieme a una qualità ottima e a un’accoglienza sempre gentile, trovano “besides” da nonna betta.

nei i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto, dopo l’uscita dalla schiavitù d’egitto, gli ebrei vissero nelle capanne e durante i loro spostamenti la nuvola della presenza divina li proteggeva e li accompagnava indicando loro il percorso.
ancora oggi gli ebrei di tutto il mondo si costruiscono delle capanne in ricordo di questo evento e vi trascorrono il maggior tempo possibile, qualcuno ci dorme, i più ci consumano i pasti principali. alla capanna si attribuisce un significato legato al senso di precarietà, le regole per la sua costruzione sono molto rigide e vanno in questa direzione: si deve abbandonare la sicurezza e la stabilità delle nostre case per abitare – per otto giorni – in questi ricoveri temporanei e strutturalmente precari, attraverso i quali si devono poter vedere le stelle.
nella discussione che fa la mishnà – la legge orale – viene riportato però il parere di rav yehudà che sostiene una tesi diametralmente opposta: la sukkà dovrebbe essere stabile. una tesi di minoranza, la sua.
di minoranza ma illuminante: che cos’è la stabilità? che cos’è la sicurezza? se le capanne simboleggiano la protezione divina allora rav yehudà forse vuole dirci che dovremmo ricercare altrove, dovremmo riuscire a sentire la presenza protettiva di dio come l’unica forma di stabilità e di sicurezza possibili.
adesso che sta per finire sukkòt. con l’augurio che questa sensazione si prolunghi il più possibile.

la possibilità di fare teshuvà è uno dei fondamentali dell’ebraismo. l’uomo ha in sé una scintilla divina che si manifesta nel suo libero arbitrio che può utilizzare per imitare e per cercare dio. oppure può decidere di assecondare i suoi istinti più bassi e trasgredire. a volte si fanno scelte coscienti, altre volte si agisce attratti da una specie di calamita. gli istinti animali lo controllano e l’uomo non utilizza la sua libertà di scelta, anzi diciamo che sceglie di non scegliere. il risultato è lo svilimento, impurità e trasgressione.
quando questo succede l’uomo può rotolarsi nell’abiezione e affondare a livelli sempre più bassi o può scegliere di spezzare questo vortice e mettersi a cercare dio. a volte possiamo trovare una calamita diversa che ci attrae verso dio e ci allontana dalla nostra inconsistenza e dalla sofferenza spirituale. questo processo si chiama teshuvà.
ma la teshuvà si può fare sempre? è un diritto inalienabile? possiamo sempre fare ritorno o l’abisso può diventare così profondo da escludere ogni possibilità di ritorno? la questione è discussa nel talmud:
“chiunque vada con lei non può fare ritorno né percorrere il sentiero della vita (mishlè 2:19) ma se non fanno teshuvà non possono tornare sul sentiero della vita. che cosa significa che se anche si pentono non possono ritornare sul sentiero della vita? che anche se rifiuta l’idolatria è destinato a morire? [avodà zarà 17a]
il talmud ci insegna che non tutte le trasgressioni possono essere cancellate, la cicatrice dello spirito può essere così profonda che il semplice pentimento può non essere sufficiente, il pentito morirà nonostante la penitenza. perché pentirsi dunque se a questo seguirà la morte?
rashì affronta la questione e offre un nuovo interessante punto di vista: la morte, in questi casi, non è detto che sia una punizione ma, per chi si pente, il risultato di una lotta interiore tra il bene e il male. questa lotta per distruggere il potere della cattiva inclinazione, che ha ottenuto una serie di vittorie, mette a dura prova le risorse spirituali a tal punto, che la persona ne muore.
mentre la morte può essere vista come risultato del pentimento, la morte stessa può portare il perdono e al pentito viene assicurato un posto nel mondo a venire. infatti diverse fonti, in molti casi, considerano la morte un aspetto necessario del perdono.
rabbi matthia ben heresh chiese a rabbi eleazar ben azariah a roma: hai sentito dei quattro tipi di trasgressione nel discorso di rabbi ishmael? egli rispose: sono tre e a ognuna è legata una forma di pentimento. se si trasgredisce una mizvà positiva e ci si pente si è perdonati prima che si ci muova dal proprio posto; come è detto “ritorna, oh figlio caduto” (yirmiyahu 3:14). se si trasgredisce e ci si pente, il pentimento sospende la pena e il giorno del perdono porta il perdono come è detto “in quel giorno ci sarà per voi il perdono… per tutte le vostre trasgressioni (Vayikra 16:30). se ha commesso una trasgressione punibile con il charèt o con la morte per mezzo del bet din e si pente, il pentimento e il giorno dell’espiazione sospendono la punizione e la sofferenza conclude l’espiazione, come è detto: “li affliggerò per le loro trasgressioni con il bastone e le loro iniquità con colpi” (tehillim 89:43).
ma se ha profanato il nome, la penitenza non ha la capacità di sospendere la punizione né il giorno del perdono di portare il perdono, né le sofferenze di fermarla. ma tutte queste cose insieme sospendono la punizione e solo la morte conclude il processo, come è detto: il dio delle schiere si è rivelato alle mie orecchie, certo questa iniquità non sarà espiata fino a che non morirai (yomà 86a).
la trasgressione e il piacere che l’accompagna danneggiano lo spirito. certe forme di espiazione servono a ricreare un equilibrio tra lo spirito e il corpo. ogni trasgressione richiede un certo tipo di espiazione. la peggiore delle trasgressioni – la profanazione del nome di dio – può essere espiata solo con la morte.
il talmud continua raccontando la storia di una donna che, apparentemente, tra le tante trasgressioni commesse, è colpevole di idolatria:
non era questa la donna che venne da rav hisdà a confessare che la trasgressione più leggera che aveva commesso era che il figlio minore era stato generato dal figlio maggiore? al che rav hisdà disse: affrettatevi a prepararle il sudario ma lei non morì. ora, dal momento che lei si era riferita a questa immoralità come la più leggera delle sue colpe, si può supporre che praticasse anche l’idolatria – e non era morta! – e che un pentimento inappropriato era il motivo del fatto che non era morta (avoda zarà 17a).
la tesi del talmud rimane: il pentirsi dell’idolatria provoca la morte come espiazione. in questo caso il talmud insiste nel dire che la sua colpa era effettivamente l’idolatria ma il suo pentimento non era né completo né sincero. perciò la morte non può seguire immediatamente per garantire l’espiazione che non arriva per mancanza di pentimento.
il talmud racconta un’altra versione di questa storia:
è solo con il pentimento dall’idolatria che si muore ma non per altre trasgressioni. non era questa la donna che venne da rav hisdà che disse: affrettatevi a prepararle il sudario e lei morì? Dal momento che aveva definito la sua colpa la più leggera si può presumere che fosse dedita anche all’idolatria. la donna morì e la tesi del talmud secondo cui il pentimento dall’idolatria causa la morte è mantenuta.
il talmud prosegue indagando se l’idolatria sia l’unica offesa che porta alla morte raccontandoci una storia incredibile: nessuno muore se rinuncia alle sue trasgressioni tranne che per l’idolatria.
è stato insegnato: è stato detto di rabbi eleazar ben dordaia che non rinunciava a nessuna prostituta al mondo e andava con lei. una volta sentì di una prostituta in una città del mare che accettava una borsa di monete per il suo lavoro. lui prese una borsa di monete e attraversò sette fiumi per lei. quando fu con lei, la donna emise dell’aria e disse: “così come questo soffio d’aria non tornerà al suo posto così il pentimento di eleazar ben dordaya non sarà mai accettato.
allora lui se ne and e si sedette tra due colline e disse: “oh colline e montagne chiedete la grazia per me” e queste replicarono “come possiamo? dobbiamo pensare a noi stesse come è detto “perché le montagne e le colline saranno rimosse” allora lui esclamò “cielo e terra chiedete perdono per me” e anche questi replicarono “come possiamo farlo, dobbiamo pensare a noi stessi come è detto “perché i cieli svaniranno come fumo e la terra si consumerà come un vestito” allora lui esclamò “sole e luna chiedete perdono per me” ma anche questi risposero “come possiamo? come è detto “si confonderà la luna e il sole si vergognerà” allora lui si rivolse alle stelle e alle costellazioni che gli risposero “come possiamo aiutarti che dobbiamo pensare a noi stesse” come è detto “e le popolazioni dei cieli si sgretoleranno”.
allora dordaya disse “dunque la cosa dipende da me soltanto” e mise la testa tra le ginocchia, pianse forte fino a che la sua anima non lo abbandonò. quindi una voce dal cielo proclamò “rabbi eleazar ben dordaya è destinato per la vita nel mondo a venire”.
ecco questo era un caso di trasgressione diverso dall’idolatria eppure cordaia morì! sì ma in questo caso egli era talmente immerso nell’immoralità come se avesse fatto idolatria. rabbi sentendo tutto questo scoppiò a piangere e disse “c’è chi si conquista la vita eterna dopo molti anni e chi in una sola ora. e aggiunse “non solo chi si pente viene accettato, è addirittura chiamato rabbi” [avoda zarà 17a].
abbiamo sentito di uno che trasgrediva abitualmente che, sorprendentemente, viene chiamato rabbi anche se questo appellativo non è compatibile con il suo comportamento. leggendo attentamente questo passaggio notiamo che l’appellativo gli viene dato postumo e solo retrospettivamente. durante la sua vita in realtà questo uomo era stato un trasgressore, non aveva insegnato né studiato. la sua unica preoccupazione era di soddisfare i suoi sordidi desideri. solo in punto di morte diventa rabbi. la storia però rimane poco chiara comunque.
che senso ha il comportamento bizzarro della prostituta? e perché dice quello che dice? perché dordaya la prende così sul serio? qual è il senso della sua conversazione con le montagne e le colline, il sole la luna e le stelle? perché merita di essere chiamato rabbi? e infine perché muore?
che si consideri il suo dialogo con le montagne e le colline reali o immaginario questo ci dà un’affascinante descrizione di che cosa non è la teshuvà. il rifiuto della sua appassionata preghiera ci fa comprendere che la risposta alle preghiere dell’uomo non sta nelle forze della natura. quando arriva il momento della teshuvà, del pentimento, del ritorno la natura non può aiutare l’uomo.
l’immagine è chiara: c’è un uomo che soccombe alla sua stessa natura. vuole decidere che tipo d’uomo essere e le forze della natura non possono portarlo a dargli un sollievo spirituale. il messaggio è essenziale per comprendere che la dinamica della teshuvà non ha niente a che fare con le cose mondane, il segreto della teshuvà non si trova all’interno del cosmo. la teshuvà è metafisica.
è stata creata prima del mondo fisico. la teshuvà è un ritorno a dio. così come dio trascende lo spazio e la materia, l’uomo che stabilisce una relazione con dio trascende il suo passato. questo concetto può essere descritto usando una formula matematica: infinito più infinito uguale infinito. la realtà è dio, solo questa realtà infinita esisteva prima della creazione del nostro mondo fisico e limitato. l’unico aspetto “reale” della nostra esistenza è quello in relazione con la realtà infinita di dio.
l’essere finito, l’uomo, che ha un rapporto con il dio infinito può andare oltre i limiti del tempo e dello spazio e trascendere gli errori del passato. ciò che è reale è l’essere in relazione con dio.
eleazar si avvicina alla natura ma i suoi sforzi sono vani. per quanto riguarda la natura, l’uomo può smettere oggi di fare quello che faceva ieri, si può riabilitare ma la teshuvà, una pulizia e una guarigione metafisica non è però possibile.
torniamo alla prima parte della storia. nel momento culminante la donna non trattiene un peto, allora guarda il suo cliente e gli dice “così come questo soffio d’aria non tornerà al suo posto così il pentimento di eleazar ben dordaya non sarà mai accettato”. il suo comportamento e le sue parole sono strane.
per caso lei discute dello stato spirituale di tutti i suoi clienti? questo servizio è incluso nel prezzo? la parola usata nel testo è heficha, rashì spiega che un vento (o spirito in ebraico ruach) uscì fuori. la prima volta che la troviamo la radice di questa parola nella torà è quando all’uomo viene data l’anima.
“…e il signore formò l’uomo con la polvere della terra e gli soffiò (vayipach) nelle narici il soffio vitale. e l’uomo divenne un’anima vivente. (bereshit 2:7)
sembra che la donna gli stia dicendo “la tua anima si è sporcata in modo irrimediabile”. le sue motivazioni sono oscure. forse, abituata ad avere un controllo completo del proprio corpo che improvvisamente e inaspettatamente perde, la mette in condizione di riconoscere che eleazar, allo stesso modo, è fuori controllo.
questo sciocca eleazar che ha sempre pensato di potersi redimere prima o poi, che in fondo non era così malvagio. egli probabilmente raccontava a se stesso di essere un buon diavolo a cui piaceva divertirsi un po’, senza rendersi conto di quanto la sua spiritualità a lungo andare si fosse deteriorata.
pensava che avrebbe potuto redimersi in qualsiasi momento, si considerava accettabile nonostante tutto. improvvisamente questa donna che ride cinicamente di lui gli fa capire di essere senza speranza. questo semplice pensiero lo devasta e lo fa decidere in quel preciso momento di cercare un cambiamento.
cerca una via di ritorno ma gli viene detto che la sua degenerazione è senza speranza. potrebbe essere questo il significato del suo nome ben durdaya – il figlio della hitdardarut – colui che si deteriora e si deteriora fino a che tutto sembra perduto.
il suo nome eleazar però significa “dio può aiutare”. non importa quanto si è rovinato, rimane sempre eleazar, dio può sempre aiutare. quando si allontana dalla prostituta, separandosi dalla sua trasgressione, va in cerca della purità non di una semplice riabilitazione. vuole riconquistare la purità dell’anima com’era al giorno della nascita. si rivolge alla natura per cercare di rimettere indietro le lancette dell’orologio ma gli rispondono che la sua è una richiesta impossibile. la natura non può né controllare né incidere sul passato.
quando prega la natura eleazar ripetutamente supplica: chiedete grazia per me” la parola ebraica è rachamim.
la radice di questa parola è rechem che significa anche utero: rachmanut è il tipo di amore che una madre ha per il figlio ed è quasi illimitato. ma quando ci ricordiamo che stiamo parlando di un uomo che ha avuto una quantità innumerevole di donne, capiamo che si sta parlando dell’oggetto e della natura della sua trasgressione, vuole tornare a quando era puro, vuole tornare al giorno della sua nascita per ricominciare da capo. vuole la purità.
quest spiega le azioni successive: “mise la testa tra le ginocchia, pianse forte fino a che la sua anima non lo abbandonò”. Eleazar assume ulna posizione “fetale” e piange fino a che l’anima non lo abbandona. simbolicamente inverte il processo di nascita e vita nello sforzo di ottenere la purità d’animo che aveva quando era nato, un’anima nuova di zecca.
nonostante la natura lo respinga, sa che possiede dentro di sé la capacità di trovare pace e serenità e dice “la cosa dipende da me soltanto” il “me” è eleazar, l’individuo che dio può aiutare nonostante la sua abiezione, l’individuo che ha un’anima divina, non importa quanto si sia sporcata, quanto sia degenerata: quest’uomo ha sempre la possibilità di fare teshuvà.
questo è il motivo per cui viene chiamato “rabbi”: ci insegna una lezione importante, che la teshuvà è sempre possibile anche se il risultato è la morte della persona. non si lascia convincere dagli scettici a lasciare il sentiero della santità e non consente ai suoi anni di corruzione di impedirgli la ricerca della santità, non permette al suo passato di distruggere il suo futuro. in un glorioso momento finale capisce perché è nato e cerca dio con tutto il suo cuore e tutta la sua anima fino al punto di perdere la vita.
sebbene il suo sia un grande gesto e la sua decisone ammirabile perché è dovuto morire? il talmud dice che il suo livello di corruzione morale era tale, la sua autoindulgenza così esagerata e sempre pronta ad autoperdonarsi che era come se fosse un idolatra. adorava la propria lussuria con tutto il suo cuore e tutta la sua anima e tutti i suoi averi.
voleva attraversare i sette fiumi, prese tutto il denaro necessario perché la sua anima era consumata dalla sua dipendenza. per poter guarire ha bisogno delle stesse forze, adesso vuole servire dio con tutto il suo cuore e tutta la sua anima e tutti i suoi averi.
probabilmente questa ribaltamento, questa inversione di forze è la probabile causa della sua morte. Forse la sua morte è in effetti una atto di grazia da parte di dio, perché un uomo così corrotto che raggiunge un così alto livello spirituale è davvero impressionante.
ma come avrebbe potuto comportarsi un uomo del genere, nella vita di tutti i giorni? con la sua dipendenza e il suo istinto soggiocati o messi sotto controllo che cosa sarebbe stata la sua vita? sarebbe stato in grado di resistere questa sua nuova spiritualità di fronte a una qualsiasi cosa materiale? o la morte è una fuga?
forse l’unico modo per ottenere una parte nel mondo a venire, era la dipartita da questo mondo nel momento del suo culmine spirituale in cui piange e riconquista la purità originale.
la teshuvà è sempre possibile, nonostante che a volte gli effetti di una trasgressione siano così profondi che non possono essere risollevati e soltanto la morte può portare l’espiazione e il perdono.
il messggio di questa storia è profondo, l’insegnamento di rabbi eleazar ben dordaya è che la teshuvà è sempre accessibile, la purità è sempre possibile e che una parte nel mondo si può sempre ottenere. anche per il peggiore e il più tremendo dei peccatori.
chatimà tovà
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